Mentre, all'imbrunire, passeggiamo in un boschetto del nostro terreno vediamo vicinissime le luci di un trattore, poi sentiamo il rumore e le voci. Sorpresi usciamo nel campo: il contadino ed il vecchio padre stanno cominciando a raccogliere le balle di fieno, tagliato da un paio di giorni appena. L'anno scorso avevano atteso molto di più, ma quest'anno hanno deciso di anticipare per il tempo matto. Stiamo a conversare un bel pò di muretti a secco e confini: nessuno sembra impaziente in quel paradiso, di certo non noi, ma neanche i contadini che pensavo frettolosi. Invece quello più giovane prende a parlare del profumo che c'è, guardando con gli occhi socchiusi verso la valle e le luci già accese del paese a sei chilometri, e li indica con un gesto ampio del braccio, dicendo di non poter vivere in città anche se sua moglie fa l'infermiera.
"The pleasure response is twofold. You can have instant gratification;
Non mi piacciono i post auto- referenziali, ma l'articolo sul Nytimes di Katie Hafner in tema di blogging e dei suoi rapporti con la vita 'reale' mi ha fatto arrossire come avrà fatto arrossire parecchi, e merita un cenno.
Inevitabilmente in America ogni fenomeno tecnologico raggiunge la sua massa critica molto più velocemente che da noi, evidenziandosene molto prima i problemi. Se a questo si aggiunge il talento americano per una descrizione cruda dei comportamenti, ecco il pezzo della Hafner sul blog as a livelihood.
you are going to hear about something really good or bad instantly.
And if I feel like I've written something good, it's enjoyable to go back and read it".
"There is this seductive thing that happens, this kind of snowball-rolling-down-a-hill thing, where the sheer momentum of several years' posting becomes very keenly felt. And the absence of posting feels like - I don't know, laziness or something".
"Perhaps a chronically small audience is a blessing. For it seems that the more popular a blog becomes, the more some bloggers feel the need to post".
Due anni fa Leonard A. Lauder, già boss della Estèe Lauder, ha donato al Museum of Fine Arts di Boston la sua rara collezione di ventimila cartoline giapponesi, che percorrono tutta la storia delle poste e l'evoluzione del gusto di quel Paese dai primi anni del secolo scorso
-quando i migliori pittori e disegnatori nipponici iniziarono a creare splendide immagini per il nuovo medium- sino al 1940.
Le cartoline sono esposte nella mostra "Art of the Japanese Postcard: The Leonard A. Lauder Collection at the MFA, Boston. A New Graphic Art for the New Century",e godibili in buon numero nel sito del museo. Davvero mi sono trovato in imbarazzo nella scelta di una cartolina con cui aprire il blog, optando alla fine per quella qui sopra del 1908 (tarda età Meiji). Il talento grafico di quei pittori nipponici del primo scorcio del novecento è strabiliante, e spesso ricorda in modo prepotente e strano quello dei designers scandinavi.
"The end of the film brought a standing ovation that, observers estimated, lasted somewhere between 12 and 15 minutes, a Cannes record, and possibly unmatched since Stalin's audiences used to continue clapping for mortal fear of being the first person to stop. The applause here, though, was genuine. For the Americans who made up a large section of the audience, this was their first opportunity to stand up straight after the shaming horrors of Abu Ghraib, and for the French, well, there is nothing the French love more than an American criticising America. The following evening on French TV, I watched Moore thank the French people for being 'friends who can tell you the truth to your face'. He might have returned the favour and told the French about their government's appalling role in Rwanda a decade before, but there are limits to truth-telling, even among friends".
Quel che rende spesso simpatici gli inglesi è un particolare gusto della trasgressione per cui sono preziosi nelle circostanze in cui il conformismo intellettuale trionfa, come in Francia ed Italia in questo momento.
Così su The Observer, giornale left wing, un bell'articolo di Andrew Anthony spiega bene Michael Moore, i suoi mezzucci e ed il suo trionfo a Cannes. L'immagine che il "king-sized millionaire" , abilissimo nell'autopromozione prefestivaliera, vuol dare di sè va in frantumi, e riesce tutto sommato penosa anche l'atmosfera del festival francese ( come avevamo sospettato notando il cipiglio fiero ed il tono militante e tranchant della bellissima Laura Morante ).
Sarà pure Moore il nuovo Eisenstein, ma è un fatto che periodicamente l'intellighentzia europea sente gli squilli di fanfara di una chiamata cui non è lecito disobbedire: a quel paese, allora, meriti artistici ed altre menate, deve essere incoronata e promossa l'arte edificante, quella che lotta per il proletariato, la macchina che "kills the fascists" come la chitarra di Woody Guthrie.
E quando si sentono le fanfare, non c'è trippa per gatti. Ed è tempo sprecato ricordare ai nipotini di Sartre le imbarazzanti cotte per Stalin e Mao, o i viaggi innamorati, 30 anni fa, di Jane Fonda ad Hanoi, e le sue recenti scuse.
Su Attitude, rivista gay britannica, un articolo di J. Hari intitolato "Outcast Heroes: The Story of Muslim Gay" ricorda la tragica condizione degli omosessuali nei paesi arabi ed all'interno delle co- munità islamiche in generale.
Se quando si parla di terrorismo si impongono distinzioni tra paesi islamici moderati ed integralisti, di fronte all'omo- sessualità una ottusa intolleranza ed una brutale repressione li accomunano. Tutti i sette Paesi nel mondo che puniscono con la morte il 'crimine' di omosessualità sono islamici. In Egitto -paese arabo moderato- quando recentemente 52 gay sono stati incarcerati per essersi riuniti in un club, la Organizzazione Egiziana per i Diritti Umani ( EOHR) ha rifiutato di condannare la sentenza ed il suo Segretario Generale ha dichiarato il suo disinteresse per la tema e la determinazione di non difendere i gay. Il tutto in un mondo arabo in cui, purtroppo, dominano l'ignoranza e l'arretratezza più abissali, le stesse che costituiscono terreno di coltura per il terrorismo e l'antiebraismo.
Sono certo che verrà un giorno in cui un l'inferno che stanno viven- do sotto i nostri occhi i gay in Medio Oriente sarà ricordato come oggi i roghi delle streghe. L'importante è non chiudere gli occhi e chiamare le cose col loro nome.
Durante le lunghe passeggiate romane nella zona di campo Marzio, qualche giorno fa, in via dei Prefetti ho notato l'insegna "Mozzarella Bar".
Ad una fugace occhiata il locale, di recente apertura, si presentava freddo ed elegante, luci brillanti, frequentazione sparuta e fighetta. Un'immediata istintiva antipatia e, senza farci troppo caso, la passeggiata è proseguita.
Poi un post di GiallodiVino me lo ha ricordato, e la lettura della intervista ad uno dei due 'manager' boss del locale, esemplare nel suo genere, mi ha fornito le ragioni di quell'antipatia.
"Roma, nel tentativo di somigliare a Londra e a New York, sta diventando Milano", ha scritto un altro blogger.
La gratuità e la tristezza dell'intitolazione dell'esercizio e lo stracco inserimento della mozzarella al posto dell'ostrica o del sushi trovano riscontro nella debolezza del programma gastronomico di posti del genere. La risibile vanteria di offrire quotidianamente un 'prodotto fresco' fa il paio con accostamenti assurdi o pretenziosi come il salmone selvaggio, il salame di cinta senese, il culatello di zibello, manco a dirlo accanto all'onnipresente rucola.
Come non ricordare la festosa treccia di mozzarella servita da sola e con semplicità a Massalubrense, a conclusione di un lauto pranzo, a mò di esordio del dessert : cosa di più lontano dalla sua parodia nella scostante boutique romana, accanto a fette così autorevoli e per la bellezza di 20 euro ? 
( In tempi di celebrazione della dieta mediterranea, la mozzarella è all'estero ancora un oggetto misterioso: divertente è quello che è successo a Clotilde Dusoulier quando, qualche tempo fa, lanciò un quiz sul suo blog chiedendo ai lettori cosa fosse quell'ufo raffigurato proprio nella foto accanto.
Tra le risposte, quasi tutte sbagliate, testualmente:
"...garlic, challah, yogurt brain, a mushroom, a turtle, a breast implant, popcorn, a litchee or other tropical fruit, the globe of an eye, a bag of risen dough, a Ferran Adrià creation, knotted intestine, asparagus, cauliflower, a set of three buttocks, an albino chipmunk, a turkey, a new kind of edible plastic, a mutant squash...." ).
Sul Guardian di oggi, J. Jones presenta con un bell'articolo -il cui titolo, di beatlesiana memoria, tengo- la mostra di Edward Hopper che aprirà il 27/5 alla Tate Modern di Londra. Jones cerca di identificare quel 'senso di vuoto' che pervade la vita e l'arte americane del XX secolo, ed individua Hopper come il primo grande pittore di 'Americana', "the quintessential, familiar and recognisable stuff of US identity". Per chi va a vedere la mostra a Southwark -e non è stato un lettore di Radioandorra- potrebbe tornare utile il mio post del 18 febbraio sul modo più fascinoso di andare a cena proprio lì vicino ...

Dalla solitudine ed il disagio dei personaggi di Nighthawks, il più celebre quadro di Hopper, alle foto del carcere di Abu Ghraib, attraverso Warhol e la sua Electric Chair, nonchè il rifacimento hitchcockiano, in Psycho, proprio della casa dipinta da Hopper in The House by The railroad.
Sembra proprio destino della pittura di Hopper quello di sollecitare, persino ai critici d'arte, perlopiù ampie riflessioni sociologiche e politiche, e ciò mentre alcuni episodi della sua produzione iniziano a divenire tra le più visitate e citate icone di Americana, così come le foto di Marilyn, di J. Dean, il barattolo di Campbell's Soup ( quell'angolo di strada in Nighthawks è un'ossessione pittorica come il sorriso della Gioconda, l'orecchino di perla di Vermeer o l'onda di Hokusai ), subendo persino quella definitiva consacrazione che è la parodia.
George Ciardi ha fatto per anni la tuta blu nell'industria, ora lavora come corriere a Seattle. Di giorno, in giro con il suo furgone, appunta su un taccuino i posti che lo hanno impressionato, poi ci torna di notte. Con la macchina fotografica, li riprende utilizzando solo l'illuminazione esistente in loco. Come una luce 'naturale' notturna. Racconta che le guardie giurate lo cacciano, mentre i poliziotti lo ritengono uno svitato ma lo tollerano. Ma i guardiani notturni, spesso, lo invitano ad entrare e gli svelano visioni che essi soli conoscono... Le foto di George Ciardi sono sul suo sito "Artificial Daylight": le mie preferite sono quelle industriali, spettrali e bellissime. Tra loro, poi, in particolare Midnight Sun ( qui sopra), Mars, Metal Pond, Hume n State, Do Not Run on Ramp e Ryder.

(via El Correo Gallego, Xornal )
La statua equestre jacobea conosciuta come "Santiago Matamoros" che era nella cattedrale di Santiago de Compostela e raffigura il santo che, brandendo la spada, travolge e sconfigge i musulmani nell' 844, è stata nei giorni scorsi rimossa "per rispetto all'Islam" sull'onda di timore seguita all' 11 marzo, sottratta alla devozione popolare, confinata nel museo della Cattedrale e sostituita con una, questa sì politically correct, di S. Giacomo Pellegrino.
La cosa, che è stata presa male dalla comunità perchè l'immagine di S. Giacomo Matamoros è storicamente assai significativa e venerata dai fedeli, è triste e patetica anche perchè "más difícil será la retirada de los santiagos caballeros que todavía campean no sólo en la Catedral sino también en la ciudad".
E' un ennesimo esempio dell'astuzia politica e dell'elasticità dell'episcopato cattolico. La sostituzione del Apòstol Guerrero con l'Apòstol Peregrino, assai emblematica, è una tempestiva mano di terzaroli al soffiar del vento, con strizzatina d'occhio al multiculturalismo ed alla linea del governo Zapatero.
Quanto, poi, questa generalizzata linea di "retirada" sia utile ed opportuna nella congiuntura politica mondiale e di fronte al revanchismo islamista è assai dubbio.

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