Non so in quanti conoscano Atlante Italiano, che ho da un bel pò di tempo tra i links a fianco. E' il portale ufficiale della cartografia del territorio nazionale, gratuitamente accessibile anche dai privati. Contiene, oltre alle carte IGM in varie scale ( tra cui anche 1:25.000), le foto aeree a colori di tutta Italia con una definizione molto buona. Sono proprio queste la meraviglia. Per intenderci, chi avesse parcheggiato l'auto in un posto non molto frequentato potrebbe riconoscerla nella foto. Ci si può sbizzarrire a trovare casa propria, degli amici, i posti dove si andrà o si è andati in vacanza, tutto ciò che ci passa per la testa, il fondo del cratere dell'Etna, le Tre Cime di Lavaredo con le rispettive ombre, le ville di Berlusconi, etc. Molto meglio disporre di un collegamento veloce, altrimenti le attese perchè si scarichino i dettagli dell'immagine diventano lunghe. Procedere come segue: dalla home page selezionare, nell'ordine, Cartografia, poi Accesso Libero; accettare i termini del servizio: a questo punto si può fare la ricerca per regione, comune o toponimo. Selezionare 'Ortofoto a colori', quindi lavorare di zoom e muoversi spostando la carta con la 'manina' sul pannello di controllo. Buon divertimento. ( L'illustrazione fa parte della collezione di Scrap Books di Chris Mullen, ed è tratta da una vecchia rivista ).
Il comune viaggiatore non capita in Farrington Road. Nella lunga strada londinese ad est di Bloomsbury ed a nord della City fino a pochi anni fa non c’erano neanche bei negozi , piena come era di pulitori di argenti e commercianti di articoli per la stampa. Lì nel 1917 Virginia Woolf ed il marito andarono a comprare il torchio per quella che sarebbe stata Hogarth Press: uno di quei posti un po’ grigi e niente affatto attraenti che fanno il fascino delle grandi città del nord, in cui respiro odori per nulla turistici. Una zona, Clerkenwell, che parla ancor oggi di lavoro sodo e sta appena cominciando a vedere i suoi loft contesi dalla gente che può, se ne intende e ne impazzisce, i ristoranti giusti, i locali alla moda. 
Quel tardo pomeriggio ( è come inevitabilmente io avverto e chiamo la prima sera a queste latitudini, stranito meridionale nella luce opalescente ed ‘innaturale’ del tramonto lunghissimo, confuso dagli esotici orari dei pasti ) avevo litigato con lei e percorrevamo immusoniti, con i nostri amici pazienti, la lunga strada diretti verso la cena. Ecco la sede del Guardian, la prima 'cosa di sinistra', e subito dopo, quasi di fronte, la seconda, Quality Chop House. Il ristorante è bellissimo, l’edificio e sopratutto l’ingresso di vetro e piombo hanno conservato miracolosamente l’originario aspetto ( 1869 ) di un ristoro per lavoratori vittoriani, campeggiando l’originale scritta “Progressive Working-class Caterer”. Lì pare abbia mangiato Karl Marx quando menava le giornate come topo di biblioteca al British Museum, niente affatto convinto di una prossima rivoluzione ma certo del picnic domenicale a base di pollo con la famiglia su a Hampsted Heath. Oggi è la ‘canteen’ favorita dai giornalisti del vicino Guardian. L’interno è luminoso per essere ottocentesco, con pavimento a quadri bianchi-neri e tavoli e panche scuri. Il servizio cortese ed informale. Sui tavoli, apparecchiati spartanamente, campeggiano i classici condimenti inglesi ( mostarda Colman’s, HP sauce, tomato ketchup Heinz ed aceto Sarson’s) che alludono ad un pasto rustico. In realtà la lista -di impostazione assai conservatrice- è un perfetto ibrido, comprendendo specialità cockney ( sausage and mash, oppure black pudding ), francesi e russe. Ecco la spiegazione delle discordanti opinioni sul costo del locale, normale per alcuni, elevato per altri. Se questi ultimi si lanciano su roba da 40 pounds come l’antipasto di caviale Sevruga and blinis, o sugli Chateaux che figurano sulla lista dei vini, imputent sibi: i costi non sono comunque tra i più cheap, e sono allineati agli standards cittadini. A questo punto avrei potuto recensire il cibo, se non avessi voluto esser coerente col broncio di cui sopra e mestamente ordinato, con buffo autolesionismo, una steak con abbondanti chips. Avrei, in condizioni normali, cenato piuttosto con le cose che il luogo e le circostanze mi suggerivano, e cioè jellied eels, oppure gli eponimi lamb chops, o meglio i potted shrimps ( gamberetti conservati nel burro, visti su bbcworld e per me da allora mitici ed introvabili).
Certamente, per menu e conto, Quality Chop House non è più vicino alle origini di “progressive working class caterer” di quanto non sia Blair alla tradizione Labour.
Aspettavo un'occasione per mettere sul blog una foto di Nathalie Grenzhaeuser. Ma il mio organismo non s'è ancora abituato al caldo, come tutti gli anni prima di essere andato al mare o in campagna a prendere un pò di sole, e mi sento talmente indolente da non avere alcuna voglia di scrivere. Ecco quindi, nudo e crudo, il link alla serie "Omaha Beach", la mia preferita.
Una ricchissima raccolta di fotografie è quella di Shaun O' Boyle visitabile nel Modern Ruins Project del suo sito. Raccomandato sia a chi trova estetizzanti le foto di archeologia industriale che a chi nutre dubbi sulla bellezza che è possibile documentare tra le 'ferraglie'. Le diverse serie dimostrano la vastità delle attitudini di O' Boyle, in grado di descrivere in modo crudo ed asciutto la drammaticità di universi concentrazionari in disfacimento e subito dopo, come un fotografo del National Geographic, l'incanto di ruderi industriali sorprendentemente belli come un bosco d'autunno o un coleottero verde; di censire ammassi metallici simili ad un enorme cimitero di elefanti e di trovare -tra le rovine di opifici dismessi- cripte, colonnati, navate, sacelli, maschere babilonesi ; di svolgere trame gotiche e subito dopo di scoprire icone pop che decadono in uffici abbandonati d'improvviso come dopo un fallout nucleare.
La seconda giornata del nostro viaggio per la montagna all’inizio degli anni settanta era cominciata di buon'ora guardando dal nostro hotel di San Marino –oasi di refrigerio proprio di fronte alla graticola riminese e perfetta tappa intermedia- il Montefeltro ancora immerso nella nebbiolina notturna, e sarebbe finita tra le nebbie della xamamina che papà e mamma ci davano per poter attraversare il Cadore senza patìre troppo le curve della statale di Alemagna. Ero stordito quando finiva il lungo viaggio e l’auto di papà, a Borca, affrontava i tornanti che salivano al villaggio Agip di Corte di Cadore. Ricevute le chiavi della villetta presa in affitto la trovavamo, pulita e silenziosa, tra le altre nel bosco di larici ed abeti.

Sarei rimasto irretito dall’estetica di quel villaggio completato pochi anni prima sul nulla di una scarpata sassosa alle pendici dell’arcigno Antelao. Ragazzino, non capivo nulla di architettura, ma avevo la vaga percezione del rustico e pittoresco come prezzo da pagare per l’abitare in montagna, e del raro privilegio di poterne fare a meno. L’interno della villetta, nel miglior stile anni cinquanta, era piccolo e magnifico: un’intera parete del soggiorno, dov’era il grande tavolo da pranzo in legno massiccio, era vetrata e prospettava sul massiccio del Pelmo, uno dei più belli e dolci delle dolomiti, color corallo al tramonto: in quella stanza io ci dormivo anche, mentre i miei genitori e le mie sorelline avevano stanze loro.
Mi scoprii ben presto privilegiato per un tale giaciglio, anche perché avevo ai piedi del lettino la stufa in maiolica che ai miei occhi era il simbolo del grande Nord ed evocava slitte, trolls e papageni. Tra due montagne quindi, una incombente sul tetto della casa, l’altra placidamente sdraiata davanti: una ideale cassa di risonanza per ogni temporale cadorino ed ampezzano, che rotolava fragoroso con mia madre rifugiatasi nell’armadio ed io a misurare sul campo i concetti di bello e di sublime, e se C. D. Friedrich avesse avuto ragione. Proprio pensando ai piedi all'epoca pelati e selvaggi dell’Antelao, tra le frane ed i temporali, il grande architetto modernista Edoardo Gellner aveva, alla metà dei ’50, disegnato per il visionario Enrico Mattei ed i lavoratori dell'ENI il villaggio dell’ Agip dove trent’anni fa mio padre -magistrato e quindi dipendente di uno Stato allora grande imprenditore petrolifero- aveva trovato conveniente farci trascorrere il cuore dell’estate.
Leggendo la presentazione dell'ultimo libro di Chuck Palahniuk Portland Souvenir, recentemente edito in Italia, buffa accumulazione di indirizzi di ristoranti e locali nonchè di cartoline, ricette e spunti autobiografici, riflettevo a come in definitiva -a parte Palahniuk, che mi dice poco- ho sempre cercato impianti narrativi del genere. La foto è tratta da Orbit1, il sito di John Perkinson, un fotografo americano molto bravo e versatile, e precisamente dal suo bel photoblog su cui ho fatto un giro random, ricevendone un'autentica lezione di fotografia a tutto campo.

In particolare, a come io finisca sempre col gironzolare un pò, in libreria, dalle parti dell'angolo delle guide turistiche, gastronomiche ed enologiche. Restandone sempre un pò deluso, perchè quello che cerco non è l'arido baedeker del ghiottone, ma solo di avere l'intera gamma sensoriale di ciò che è in altri libri. Nell'esperienza del viaggio, il cibo ed i suoi luoghi rivestono un ruolo a volte decisivo, e non di rado forniscono -negli attuali tempi ristretti- chiavi di lettura di una città sconosciuta. Raramente, tuttavia, tra le guide e la buona letteratura vi sono stretti rapporti, neanche quando si tratta di letteratura di viaggio. Una delle splendide eccezioni è stato Londra. Mappe Storie e Labirinti di Mario Maffi, un mio livre de chevet letto e riletto -attualmente prestato e non ancora restituito- che raccomando a chiunque come assolutamente esemplare di quello che dovrebbe essere un folto genere.
Guardare le foto della villa di Berlusconi sulla costa olbiese di punta Lada -pubblicate in un libro largamente anticipato in rete- e fare delle semplici osservazioni è tutt'uno. Alcune scontate: brutta certamente e pretenziosa, in modo reso fastidioso dalla bellezza del sito, dalla storia degli abusi edilizi e dalle ridicole argomentazioni in Parlamento. Quel che più colpisce è però la normalità, la mediocrità della residenza, il suo allinearsi al mainstream dell'Italia d'oggi.
Il nome dell'architetto è tutto un programma: G.Gamondi, quello di Puntaldìa, uno di quei progettisti cui si deve la deprimente e monotona urbanistica della costa NE della Sardegna. La villona è mirabilmente nell'estetica del personaggio B. e perfettamente nel solco del suo messaggio. La sua immensa fortuna non l’ha infatti condotto a qualcosa di significativo e neppure di meritevole di essere pubblicato su una rivista di architettura. E’ una villa a schiera in costasmeralda elevata all’ennesima potenza, simile a centinaia di altre multiproprietà
Trompe l’oeil potrebbe figurare sul cartiglio del proprietario de “La Certosa”: è la sua cifra stilistica, il suo programma politico, come già il nome della villa, cui non ho trovato riscontro nel toponimo, un nome “Supertuscan” incongruo e fasullo come un mediocre vino maturato in barrique.
Percorrendo il terreno che avremmo acquistato apparve, in mezzo al boschetto di fragni, una grande specchia. Sarebbe stato uno dei miei motivi di predilezione per il posto. Con il termine specchia ( dal latino speculum, punto di avvistamento ) in Puglia si intende un qualunque cumulo di pietrame; perlopiù sono ammassi circolari frutto dello spietramento dei fondi, e quindi antichissimi. P.S. Da queste parti il sottosuolo è, oltre pochissimi centimetri di terreno rossastro, un banco di calcare color mandorla, fessurato dall'acqua e dalle radici. Spietrare i fondi fu lavoro contadino immane. L'acqua non c'è, in superficie, scorre in fiumi sotterranei attinti dai pozzi artesiani. E' frequente trovare pietre levigate dall'erosione -come questa che ho fotografato ieri- che ricordano sculture di Moore.
Alcuni sono strutture sepocrali risalenti all'età del bronzo, altri -più grandi- resti di fortificazioni messapiche in funzione antigreca.
Il nostro corrisponde alle dimensioni medie dei primi ( una dozzina di metri di diametro, 3-4 di altezza ).
Di fronte al cumulo ( o tumulo ) scatta un meccanismo infantile: come un ragazzo della via Pal mi piace girargli intorno, cercare i punti più comodi per salire, quelli di migliore visibilità. E' ad un tempo per me un fortino, un dolmen, un nuraghe, una ziqqurat, una piramide maya, un tempio azteco. Nella calura estiva, il cumulo è rovente e la pietra verticale che ne costituisce la cuspide evoca sacrifici umani in atmosfere alla Tennessee Williams. Ora, nella tarda primavera, è nel suo aspetto più inoffensivo, arrampicato da rose canine e perastri.
Le rovine delle città greche dell'antichità oltre che di alcune altre della Magna Graecia, riprese nell'ottocento con le risorse degli albori dell'arte fotografica e costituenti la G. Edwards Collection, le ho trovate sul sito del Getty Research Institute. 
L'Acropoli di Atene sorge nella campagna assolata, raggiunta da una strada che serpeggia tra due file di alberi, invece che in una metropoli sterminata; davanti al tempio di Poseidone a Sounion veleggiano navi onerarie non molto diverse da quelle di due millenni prima; a fianco delle tombe e dei templi vi sono personaggi nel tradizionale gonnellino plissettato, non già per compiacere turisti ma ancora nello stile paesaggista settecentesco; i monumenti sembrano far parte integrante del paesaggio naturale, privi come sono di qualunque restauro ed a volte ancora a pezzi come nell'immediatezza di un terremoto.
Si tratta, a volte, di foto addirittura della metà dell' 800 che danno l'inestimabile possibilità di guardare le antichità greche come le vide Byron e come sono rimaste per duemila anni. Un'emozione alla ricerca della quale oggi si visitano le città perdute del Vicino Oriente. Ed infatti proprio a Bam, la città sacra persiana distrutta ancora una volta dall'ultimo terremoto. ho pensato guardando qui sopra l'acropoli ateniese, anche per il colore giallastro della vecchia foto che casualmente cita quello dell'argilla cruda.

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