milton

31/03/2005
morire così

Si potrebbe pensare essere stato scritto tutto sulla faccenda Terri Schiavo, e si ha il senso di una sua sovraesposizione. Era sinceramente, in un primo momento, anche la mia sensazione. In realtà, come può accadere paradossalmente proprio in luoghi così frequentati, non si è visto l’essenziale, o comunque non ci si è riflettuto. Assolutamente illuminante è al riguardo l’articolo di Nat Hentoff sul Village Voice, “Terry Schiavo: Judicial Murder”.
Durissimo, lucidissimo e condivisibile. Non solo nella questione Schiavo è stata tirata in ballo a sproposito la questione sull'eutanasia -come fatto rilevare da Veronesi qualche giorno fa- ma si è fuori da qualunque ipotesi di mantenimento in vita con metodi artificiosi. A meno che non si ritenga tale il dare da bere a chi sta morendo di sete.
In effetti si sta irrogando ad un persona malata e del tutto innocente la pena capitale con modalità inusitatamente lente e feroci quali quelle della morte per disidratazione, e ciò con un forte consenso popolare ed una incessante attenzione dei media. Un cocktail peculiare e mostruoso i cui principali ingredienti sono la stessa tendenza della pubblica opinione a schierarsi subito su temi caldissimi che però tragicamente non attengono al caso specifico ( dolce morte, aborto, tutela dell’embrione, accanimento terapeutico ); la sua disinformazione ( tutti credono assiomaticamente che di morte cerebrale e di affidamento alla macchina si tratti ); gravissimi difetti di istruttoria tecnica ( pare che alla Schiavo non siano state praticate neppure TAC e RM ) e di metodo giuridico ( la malata non ha avuto un avvocato difensore; quasi tutti i giudici occupatisi del caso si sono limitati a ripetere come un mantra il decisum di uno solo ); lo schierarsi di importanti istituzioni di tutela dei diritti civili –le stesse che scenderebbero in piazza per violazioni procedurali molto più lievi se la Schiavo avesse ucciso qualcuno e fosse reclusa in un braccio della morte- dalla parte del coniuge/tutore, persona in sospetto conflitto di interessi, di dubbia affectio maritale ed accusata di gravi violazioni dei suoi doveri in un corposo dossier non abbastanza considerato dai media.
Alla fine, la condanna a morte per sete della Schiavo non avrà avuto definitiva ratifica dalla decisione dell’ennesima corte di giustizia, quanto dall'ultima reazione della pubblica opinione migliore, quella di cui ognuno di noi sente di far parte. Sbottare, stringendosi nelle spalle: “non si muore così di sete, come mosche, anche in Africa?” .


( la foto è di cig harvey )

01:42 | politica | # | commenti (8)

30/03/2005
kung e il papa

Il vero problema di quelli che la pensano come Hans Küng è -a parte la pavidità e la mediocrità degli intellettuali e dei politici che ritengono impraticabile qualunque spunto critico nei confronti di questo papato - che sembrano non avere cittadinanza da noi. Cosa ci fa dalle parti della Chiesa di Roma uno che ragiona modernamente, criticamente e laicamente, che non cerca nel Papa e nella Chiesa -nel migliore dei casi- la coperta di linus ? Con quelli come me, infatti, Küng sfonda una porta aperta: trova un pesante portone sbarrato, invece, presso quello che dovrebbe essere il suo uditorio, e cioè tra i cattolici, e temo seguiterà a trovarlo in futuro. Mi rendo conto di essere semplicistico, ma il posto per opinioni come le sue non c'è già da secoli tra i protestanti ? Il fatto è che i valdesi ed i metodisti, per esempio, mi pare non siano più di trentamila, ed a dispetto della loro modernità, della loro democrazia e del cristallino impegno sociale da pochi ricevono persino l'obolo di una firma per l'otto per mille dell'irpef.

00:11 | politica | # | commenti (3)

28/03/2005
rettet die wale

Se un giorno bjork registrasse un brano in tedesco con testi impegnati alla brecht/weill (nella specie ecologisti, a sostegno della campagna per la salvezza delle balene) ma con una orchestrazione di archi morbidi stile anni cinquanta/sessanta alla bruno canfora o piero piccioni, si chiamerebbe eva jantschitsch, in arte Gustav, di cui ho ascoltato il primo disco appena uscito, Rettet die wale.
Il brano cui mi riferivo, assai affascinante, si chiama appunto Rettet die wale (il sample si può ascoltare
qui).

19:45 | musica | # | commenti (4)

27/03/2005
rovi e tartufi

La foschia nasconde l’orizzonte ed affronto il rovi sotto il cielo bianco, munito di grosse forbici per potare le siepi. Ogni specchia di cui è costellato il terreno è circondata da una fitta macchia di rovo, biancospino e rosa canina. Il nostro obiettivo è di eliminare il primo, fortemente infestante e coprente, preservando gli altri. In perfetta simbiosi formano però una efficace barriera, vincere la quale lascerà evidenti segni sul mio corpo nonostante guanti e jeans pesanti. Mentre taglio centinaia di piante cresce la stima per il rovo: mette radici nella terra e poi –a volte metri più su- l’estremità del ramo si radica a sua volta nel cumulo di pietre formando un arco temibile come il filo spinato: ne trovo infilati in una cavità di un sasso, prodigiosamente radicati.
Mi riprometto di piantarli lungo i muri perimetrali del fondo come economici ed ecologici offendicula antintrusione.
Leggerò poi su internet che da qualche parte fanno infusi con le foglie, focaccia con i germogli ed una purea con le radici. Si viene presi da una sorta di frenesia, tagliare i rovi procura lo strano piacere che sempre si prova a mettere ordine o gettare le cose inutili, ed è difficile smettere. Dal groviglio di rami spinosi emergono piccoli lecci e fragni. Dopo solo tre ore di lavoro siamo distrutti, uno spuntino di emmentaler ed insalata e poi un lungo sonno pomeridiano. Indolenziti dappertutto, andiamo a cena in un piccolo ristorante di un paese a pochi chilometri: compare, buonissimo, un piatto di grano mantecato con il caciocavallo podolico fresco e scaglie di un misterioso tartufo locale. Il boss del ristorante mi mostra i piccoli ed inediti tartufi pugliesi, bianchi e neri, guardandosi intorno come si trattasse di gioielli. Pare che li trovino ultimamente vicino alle radici dei lecci, non si sa come facciano. Condivido la sua circospezione: penso con terrore a quello che succederebbe se, oltre che di funghetti poverelli, di asparagi selvatici e di storni, avessi in giro per la campagna anche gente a caccia di tuberi rari. Si chiacchiera del primitivo di manduria Attanasio che beviamo, sconcertante. E’ proprio come quello di tanti anni fa a casa di mio nonno: lui, da buon tarantino verace, lo beveva su tutto, anche sui frutti di mare crudi, noci, ostriche, cozze nere e pelose, datteri, che sapeva aprire come nessuno. Niente a che vedere con la vulgata corrente simil-zinfandel di primitivo, frutto di barrique e della ricetta di pochi enologi, sempre i soliti. Tinge il bicchiere, dolciastro: ovviamente piace molto alla mia adorabile accompagnatrice, non a me che ne apprezzo la naturalezza e l'approccio filologico, tutto qui. 

12:03 | varie, cibo | # | commenti (3)

24/03/2005
l'ami o la odi

Pochi hanno avuto il coraggio di assaggiare Marmite, un salutare e repellente estratto di lievito di antica ricetta ( ottenuto da residui di lavorazione della birra ) e buon successo nel regno unito -dove viene spalmato anche sul pane come una gustosa crema- ma sconosciuto all'estero. Ricorda un pò l'estratto di carne liebig, che ho assaggiato da bambino restandone disgustato. Recentemente è comparso uno spot pubblicitario che sta destando polemiche perchè i bimbi inglesi, a quanto si dice, lo detestano e ne rimangono traumatizzati. Si tratta di un remake della scena madre del famoso The Blob, film americano degli anni cinquanta. A parte le facili suggestioni scatologiche e le riflessioni politiche in cui qualcuno potrebbe dottamente esercitarsi ( magari prendendo le mosse dal clima di guerra fredda in cui fu concepito il film sino a richiamare l'odierno slogan della Marmite "You Either Love it or Hate it!"), è evidente l'attuale voga delle pubblicità retro, buon esempio delle quali è la canzoncina-tormentone radiofonico de Il Riformista.

01:13 | varie, cibo | # | commenti (11)

22/03/2005
zingari

foto di colby caldwell  ( gallery hemphill, new york ) All’uscita di feltrinelli c’è una specie di presidio rom: la gente che esce dalla libreria viene fatta segno di una mendicità più aggressiva che in altri punti del centro. La cosa è evidente e non può certo spiegarsi con una presunzione di speciale disponibilità di denaro a carico dei clienti del negozio, chè in base a tale criterio riceverebbero attenzioni ben più pressanti quelli delle gioiellerie rutilanti della zona o anche solo del vicino negozio di scarpe da cinquecento euro. Penso che la ragione sia in una verificata, maggiore vulnerabilità psicologica e politica dei clienti della libreria. Guardare in viso le questuanti così come le persone che vanno lì a trascorrere tempo del loro sabato sera è occasione di riflessioni forse banali, ma insopprimibili. E quindi torno a chiedermi: come facciamo a consentire che migliaia di persone vivano come bestie in campi luridi nelle periferie più degradate, privi di acqua, elettricità, fogne ed ogni servizio essenziale? Come possiamo permettere che il 75 per cento ( è statistica ufficiale ) di rom e sinti che sono cittadini italiani siano veri e propri paria, sostanzialmente emarginati dalla vita civile? Perché, di rimando, riconosciamo a queste comunità una sorta di esenzione dalle norme del vivere civile e dell’ordinamento giuridico, consentendo che molte famiglie -autentiche associazioni per delinquere- vivano di furti, non mandino i bambini a scuola, li sfruttino per battere i marciapiede ed i semafori mendicando con qualunque tempo ed a qualunque ora? Perché, per molto meno di quanto gran parte dei genitori rom o sinti fa ai propri bambini in mezz’ora, a me i figli verrebbero giustamente sottratti e sarei sbattuto in galera? Perché gli “zingari” che invece lavorano onestamente devono essere assimilati nell’opinione comune a volgari delinquenti indegni della potestà parentale? Perché un malinteso multiculturalismo ed una tolleranza anodina ed ipocrita finiscono con il considerare il furto con destrezza o la mendicità –a tacer d’altro e di più grave, non provato ma di cui esistono pesanti indizi- alla stregua di connotati culturali di un popolo, in luogo di un nomadismo tutelato dalle norme internazionali ma in pratica da tempo non praticato? Perché i rom e sinti privi di cittadinanza italiana sono in pratica esentati dai requisiti richiesti agli altri immigrati per restare sul nostro territorio, e quindi non sono reclusi ed espulsi allorché violano le leggi italiane? Come possiamo tollerare che ( dato fornito dalla giustizia minorile, non dal giornale di feltri o da radio padania ) di circa trecento bambini tenuti presso famiglie rom o sinti non sia accertata l’origine? E come possiamo permettere che la fama agghiacciante di ladri di bimbi gravi su un intero popolo invece che su alcuni criminali da perseguire con determinazione e punire con ogni possibile durezza? Perché un paese che ha in decenni faticosamente conquistato leggi a tutela della donna e dell’infanzia tollera lo scenario di maschilismo infame, di degradazione della donna e di sfruttamento minorile che ci si offre quotidianamente appena scendiamo in strada? Nello sconcio dei campi di roulotte in periferia, nell’accettazione placida di un’infanzia negata e sfruttata accanto alla nostra satolla e coccolata, nella tolleranza pseudomulticulturale dell’accomunare cittadini ed onesti lavoratori a pericolosi delinquenti in ragione del colore della pelle, una squisita testimonianza di contemporaneo razzismo italico.

16:36 | politica | # | commenti (18)

21/03/2005
musica per il disgelo

Ascoltando l'ultimo cd di Mia Doi Todd, Manzanita, appena uscito negli USA. Non la conoscevo prima: la sua voce ricorda nel contempo Tim Buckley, Joni Mitchell e Joan Armatrading. What If we do?  e Deep at Sea le mie canzoni preferite, davvero belle. 
Quello che mi piace più ascoltare in questi giorni, tuttavia, sono due dischi di Sufjan Stevens,
Greetings from Michigan The Great Lake State ( del 2003 ) e Seven Swans ( dell'anno scorso ).
E' musica impossibile da descrivere e quella che prediligo in quest'inizio di primavera. Direi, in un cedimento alla facile retorica di cui mi pento immediatamente, musica per il disgelo della natura e del cuore.
Qui e qui per ascoltare i due dischi ( consiglio il comodo music sampler di Amazon ).

16:17 | musica | # | commenti (2)

sindrome da autovelox

Stanno prendendo piede i ricorsi contro verbali per eccesso di velocità “autovelox” basati su pretesi stati di necessità. In pratica sempre più automobilisti, appena accortisi di essere stati fotografati, vanno in un pronto soccorso e lamentano qualche dolore, facendosi così diagnosticare qualcosa. All’arrivo del verbale, faranno opposizione adducendo di aver dovuto violare i limiti di velocità proprio perché in stato di necessità, ed allegheranno la certificazione medica. Il ricorso verrà accolto dal giudice di pace, evitando all'automobilista qualunque sanzione. La persona con cui stamattina ne parlavo ( un giudice di pace, appunto ) confessava la propria impotenza, salva una valutazione severa sulla sindrome documentata che però non costituisce un vero problema per i furbi, anche perchè è praticamente impossibile entrare nel merito di quanto risulta dal referto medico, nè l’amministrazione ( a parte casi rarissimi ) si costituisce in giudizio. La causa, quindi, viene trattata in un tete a tete tra il difensore del contravventore ed il giudice di pace, di solito a sua volta un avvocato.

14:38 | varie | # | commenti (4)

17/03/2005
il carabiniere

Non dò mai il numero di telefono portatile ai clienti, nè telefono loro col mio. Questa volta invece il cliente l’ho chiamato senza alcuna precauzione all’ospedale dove era stato ricoverato dopo che la moglie gli aveva rotto il naso. Conosciuto alcune settimane fa, tutti gli stereotipi erano contro di lui, un giovane carabiniere siciliano con la barba scolpita a pizzetto, sposato con una casalinga pugliese madre dei loro due bambini. Mi consegna subito la lettera appena ricevuta dall’avvocato della moglie, che vuole separarsi e lo fa convocare per un’eventuale forma consensuale. Dopo pochi minuti lui comincia a piangere piano. Legatissimo a moglie e figli, aveva anni fa rinunziato al trasferimento nella sua città, in Sicilia, per stabilirsi nella cittadina di lei e dove vivono i suoi genitori. Qui acquista una casa e si accolla un mutuo ventennale con rata pari ad un terzo del suo stipendio. Nel proprio ambiente la moglie inizia a cambiare: sempre più assente ed infastidita, lo trascura sino a quando lui si accorge che ha una relazione con il padre di un compagno di scuola del figlio. Non intende troncare la relazione, che nega. Dal tabulato della propria scheda telefonica, da lei presa in prestito, lui desume decine di telefonate a quell’utenza, che lei non riesce a spiegare. Gli crolla il mondo addosso: lei inizia ad essere arrogante, gli dice di andarsene, porta con sé spesso i figli a casa dei genitori e la domenica pranza lì con loro lasciandolo solo. Quando lui ha un incidente con l’auto d’ufficio e rimane ferito, non va neanche a trovarlo in ospedale né si informa sulla sua salute. Lo sfida dicendogli di essere andata dall’avvocato che le ha detto del suo diritto all’affidamento dei figli, alla casa coniugale ed al mantenimento proprio e dei bambini sicchè lui, in definitiva, dovrà andarsene e lavorare per loro. Il cliente mi dice che non vuole separarsi, ama troppo la moglie ed i figli: temporeggio quindi, scambiando alcune lettere con la litigiosa collega che assiste la moglie ed è chiaramente alla ricerca di un casus belli.

16:44 | varie | # | commenti (18)

 

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