Negarsi alla costante altalena tra l’ “a morte, a morte!” delle ore successive ad un crimine efferato ai danni di un bambino, da una parte, ed il buonismo menefreghista dall’altra. Se chi scrive è fortemente contrario alla pena di morte ( non per pretesi motivi morali e/o religiosi, che tutti sminuiscono i poteri/doveri dello stato di diritto, ma per l’unico fortissimo ed insuperabile della irrimediabilità delle conseguenze della sua esecuzione ), non vede perché non debba aprirsi un serio, fattivo e pragmatico dibattito sulle pene in Italia. Le quali sono oggi largamente inefficaci e non di rado simboliche.
I tribunali, dopo farraginosi processi, irrogano pene detentive che non possono venire scontate per innumerevoli escamotages legali, mentre i dispositivi di condanna appaiono falsi come le banconote del monopoli. L’opinione pubblica getta un occhio solo in occasione di fatti di cronaca sanguinosissimi, mentre la legiferazione è affidata perlopiù ad avvocati delle Camere Penali, appartenenti alle più varie estrazioni politiche ma collaboranti in una sorta di lobbying con armi tecnicistiche che non si cura degli interessi collettivi. Mentre molte carceri scoppiano, non se ne costruiscono in fretta di nuove ma piuttosto se ne propugna lo svuotamento, facendo finta che il Paese sia diverso da quello che è, che intere regioni non pullulino ( come nella realtà ) di gaglioffi, che milioni di cittadini non siano impediti nello svolgimento di una vita normale a causa del controllo criminale del territorio, che buona parte dell'economia e della politica nazionali non siano governate da consorterie e regole mafiose. Così il pur variegato dibattito preelettorale snobba il tema se non per litanie di circostanza sul bimbo massacrato ( da pericolosi criminali tranquillamente in giro ): eppure sarebbe tempo di dire con chiarezza che il carcere e le sanzioni pecuniarie ( che costituiscono lo scheletro del nostro sistema penale ), così come irrogati, non servono a nulla. Che le seconde non vengono pagate e mai recuperate in un Paese in cui moltissimi riescono a sottrarsi e si sottraggono all’adempimento di qualunque obbligazione con banali stratagemmi ( domicilio fittizio ; intestazione di ogni bene a prestanome; lavoro totalmente in nero ). Che il primo viene scontato solo in parte e con modalità non realmente afflittive né rieducative. E qui viene il bello: bisogna smetterla con questa storia dell’art. 27 della Costituzione e del “fine rieducativo” della pena, intesi come un vero e proprio tappo che impedirebbe di punire effettivamente, di “retribuire” il delinquente per la sofferenza ed il danno arrecati e, nei congrui casi, di impedirne altri. Augias, l’altro giorno su Repubblica, azzardava timidamente la proposta di “eccezioni” al perseguimento di tale finalità per reati gravissimi ed odiosi. In realtà non ve ne sarebbe bisogno: la rieducazione da perseguire con la pena può non essere necessariamente finalizzata al ritorno alla vita “normale” fuori dalle mura del carcere. Non consideriamo forse vita quella di un tetraplegico, o di un anziano che, chiuso per sempre in casa, vive di affetti, letture e tv?

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