E’ molto triste leggere Adriano Sofri in questo periodo: lo è di più per chi lo apprezza ed è costretto a constatare un netto ritorno all’antico. E’ il caso del suo breve intervento nella “Piccola Posta” sul foglio del 26 luglio scorso, in cui egli dà dello “squadrista” a Marco Travaglio. In esordio ed a freddo: “Lo squadrista Marco Travaglio”, proprio così. E’ triste constatare il ritorno di Sofri allo stile di Lotta Continua negli anni ’70, quello per cui Calabresi era l’assassino dell’anarchico Pinelli e basta, additato all’odio della “classe” e -volontariamente o non- alle pallottole dei suoi sicari. Cosa fa perdere raziocinio e correttezza dialettica ad Adriano Sofri? Avevo letto l’articolo di Travaglio che ne ha suscitato l’ira ed ho letto la risposta di Sofri: mi è quindi parso evidente che ancora una volta giunge alle ingiurie ed alla diffamazione chi non ha buoni argomenti. Pur avendo frequentato avvocati ed aule giudiziarie e quindi evidentemente in malafede. Chi l’abbia fatto sa che la strategia degli avvocati difensori degli imputati valuta freddamente, al fine di consigliare una transazione con le vittime dei reati, costi e benefici. Così, anche se l’indulto –intervenendo sulla pena e non sul reato o sul processo- non riguarda il diritto al risarcimento del danno, è evidente che l’abbuono totale o quasi della pena “disincentiva” l’imputato a risarcire le vittime e ad ottenerne il ritiro dal processo. E’ proprio quello che aveva colto Travaglio nel suo pezzo ed ogni persona ragionevole può immaginare. Così come può immaginare che il vasto indulto determinerà quasi inevitabilmente un’amnistia avente quantomeno la stessa estensione per la pratica inutilità di celebrare per anni processi destinati a concludersi con una sanzione solo cartacea. E che la certezza dell’indulto e la ragionevole aspettativa della cancellazione del reato sono sufficienti a far abortire qualunque intendimento di risarcire le vittime ed indurle a ritirare la costituzione di parte civile. Così è assolutamente vero che già il solo l’indulto sta producendo e produrrà danni gravissimi alle persone offese dai reati ed ai loro familiari, che vedono spuntarsi la principale arma che avrebbe potuto indurre i criminali a sborsare almeno del denaro. Anche perché l’ineffabile maggioranza bipartisan “garantista” che ha votato l’indulto ha sprezzantemente respinto i ragionevoli emendamenti ( mi pare di AN ) intesi a condizionarlo almeno al risarcimento del danno, e questo in un ordinamento in cui rendersi invunerabili da ogni azione civile di recupero del credito risarcitorio è facile come rubare il gelato ad un bambino e praticato da centinaia di migliaia di persone. Ed in cui ogni imputato di reati gravi giunge al processo ed alla sentenza già privo di beni al sole, essendosene disfatto per tempo. E’ quindi dolorosamente vero quello che scriveva Travaglio, e purtroppo miseramente infondata e pretestuosa la replica di Sofri. E' evidente come si renda ormai improcrastinabile una riflessione definitiva sul significato che, nel decennio di Craxi, Previti e Berlusconi, hanno assunto i termini “garantista” e “giustizialista”.
Non è difficile prevedere grande successo per il nuovo museo parigino aperto da pochi giorni e dedicato all’arte “primitiva” extraeuropea, pavidamente denominato, dal suo indirizzo, “Quai Branly” per i paralizzanti veti del politically correct francese ( e non solo francese, come testimoniano qui le virgolette ) ad ogni nome possibile, più che per la pigra moda globale di battezzare le nuove fabbriche semplicemente con via e civico. L’incombente torre Eiffel garantisce l’inserimento in molti tour basici della capitale, il target familiare pure. Il museo cui Chirac ( patito di arte primitiva ) affida la propria memoria presso i posteri è ospitato in un bell'edificio di Nouvel, l'architetto de l’Institut du Monde Arabe, ma l'interno ricorda piuttosto in modo prepotente un Rainforest Cafe. Rispetto a quello, manca lo stridìo delle scimmie e la musica jungle; ci sono invece la penombra, la foresta pluviale, i colori accesi della facciata e dei rivestimenti. E c’è tutta la voga del museo estetizzante in cui fanno premio il contenitore e la regia dell’allestimento rispetto agli oggetti, come nel melodramma rispetto a musica e cantanti. All’esposizione rigorosa e didascalica, al conveniente isolamento dei reperti del vecchio Musée de l’Homme e del Palais de la Porte Dorée ( donde provengono le collezioni esposte nel nuovo museo ), o del Louvre si sostituiscono accrochages di oggetti meravigiosi ma privi di didascalie, con illuminazione d’effetto ( vedere per credere ). Un delirio exotica, più che un museo, insomma. E dire che ci si sarebbe attesi atmosfere alla Fondazione Beyeler di Basilea, o trasparenze come alla Fondazione Cartier dello stesso Nouvel. Nel genere effetti nella penombra, molto meglio la mostra sugli Aztechi vista in Roma a palazzo Ruspoli due anni fa. E meglio anche le gallerie private di arte africana ed oceanica ( quella di Meyer, soprattutto, in rue des Beaux-Arts ) raggiungibili senza lasciare la rive gauche con una bella passeggiata da l’Alma a Saint-Germain-Des-Prés. Si conoscevano i mugugni dei curatori del Musèe de l’Homme, che non erano proprio quello che noi italiani avremmo pensato, e cioè resistenze passatiste e corporative, o non solo. Meno male che il Guardian ed il New York Times, con la franchezza anglosassone che è ancora il miglior contravveleno sul mercato alla grandeur d’oltralpe, ne hanno scritto maluccio.
Soccombo alla difficoltà di spiegare ai non addetti ai lavori come non si possa non aderire allo sciopero degli avvocati. Il disagio al pensiero del ghigno di Cicchitto visto l’altro ieri sera alla tv mentre gongolava alla notizia del blocco delle udienze è pari solo allo stupore di fronte allo spettacolo di una sinistra che vuole avvocati ricchi, affaristi, pubblicizzati e selettivi. Così questi undici giorni di sciopero, lungi dall’essere piacevole anticipazione delle vacanze, sono per un avvocato-elettore del centrosinistra una penosa passeggiata sui carboni ardenti.
E' sfuggita a tutti, per esempio, una semplice cosa sulla faccenda dello sciopero degli avvocati e dell’abolizione dei loro minimi tariffari ad opera del decreto Bersani. Molto in breve, dei minimi i grossi studi non si curano, e forse non sanno neppure a quanto ammontino. Il minimo tabellare, tuttavia, lo conoscono molto bene gli sventurati cittadini che, dopo anni di giudizio, giungono a leggere una sentenza civile o penale che dìa loro ragione riconoscendo un pagamento dovuto da uno sfrontato inadempiente o rigettando una pretesa ingiusta. Mentre il loro avvocato avrà potuto, nel corso della causa, farsi pagare quanto richiesto ben oltre i minimi tabellari, il giudice in sentenza condanna oggi l’altra parte a rimborsare al malcapitato vittorioso non quanto egli abbia sborsato, bensì proprio il minimo previsto dalle tariffe forensi. Quale sarà l’effetto del decreto Bersani a riguardo è presto detto. Poiché quando liquidano il rimborso delle spese legali in favore della parte vittoriosa i giudici –chissà perché- vengono presi da inspiegabile pauperismo neanche dovessero far appello al proprio portafogli, senza più minimi inderogabili sarà loro consentito liquidare anche somme irrisorie ed a completa discrezione, rendendo il ricorso alla giustizia ancora più insidioso e iniquo in quanto verrà meno ogni speranza di rientrare nelle spese anche di una causa giusta ed indispensabile, con premio supplementare per il litigante temerario. Comunque, il peggio verrà il 14 luglio, quando il sacrosanto sciopero contro questa parte del decreto Bersani andrà ( guardacaso ) a sovrapporsi all’altro dei penalisti per la difesa della riforma di centrodestra dell’ordinamento giudiziario. La precipitosa sciocchezza del governo su tariffe, pubblicità e cointeressenze degli avvocati riuscirà nel compito di guadagnare consensi alla separazione delle carriere dei magistrati, inesorabile anticamera del controllo politico del pubblico ministero, ed a rendere ulteriormente difficile la vita a quelli tra gli avvocati che hanno vissuto con disagio l’indubbia liason di questi anni con la CdL.
Per anni questa roba è stata contemporaneamente l'acquisto essenziale, l'album dei ricordi, il principale oggetto di scambio, l'iPod, il telefonino per gli sms. Tra la Philips "base" e le Maxell UDXL o TDK SA era, in poche centinaia di lire, la forbice tra povertà e benessere per il teenager degli anni '70, come e più dell'abissale distanza tra un Philips k7 ed un Nakamichi. Inoltre, il punto di partenza e l'arrivo dell'intera traiettoria musicale adolescenziale, da Canzonissima 1969 a Zappa.
Su Tapedeck.org, "analog audio tape cassette nostalgia".
E che dire poi del reclutamento degli agenti segreti italiani? Chi conosca la vita grama che menano i più valenti funzionari di polizia, carabinieri e guardia di finanza non si può nascondere l’importanza che nelle storiche e nelle recenti malefatte degli agenti segreti gioca il modo in cui essi vengono reclutati. I valenti funzionari di polizia non sono –per intenderci- quelli che si pavoneggiano a favore di telecamera in conferenze stampa illegali in cui -con coreografia di tipi tosti in passamontagna colombiano e/o bionde della polizia e del giornalismo- fanno voluttuosamente volare gli stracci di operazioni dai buffi nomi in inglese maccheronico. Non sono i cocchi del questore, quelli dal capello cotonato e l’enorme nodo di cravatta, non sono gli ascari dalla folgorante carriera, bensì quelli che fanno oneste indagini senza guardare in faccia nessuno e soprattutto senza passi indietro quando incappano in un potente, quelli che non vanno tremebondi dal questore e dal procuratore della repubblica quando emerge un nome eccellente. Questi
-c’è da esserne certi- non entreranno mai nei servizi segreti, laddove il reclutamento degli agenti avviene da sempre tra i leccaculo, destinati agli elevati stipendi ed alla comoda vita romana di quello che è da sempre il boudoir del potere politico. Ciò che accomuna le vecchie imprese golpiste e piduiste dei De Lorenzo e dei Santovito a quelle del Sismi degli affari Abu Omar e Sgrena è l’immarcescibile attitudine ad essere gli squillo del privilegio e del potere invece che il braccio riservato della difesa degli interessi dei cittadini. Ne consegue che di soppressione di tali servizi segreti non se ne parla neppure, piuttosto siamo tutti alla ricerca, tra i reggicoda del potere, degli amici ed i nemici, discernendo tra chi ci può tornare utile e chi deve tornare alle volanti, tra chi sbattere in galera e chi merita aumenti di stipendio e medaglie al valore, tra i felloni e gli eroi.

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