Poco fa Mario Landolfi (An) è stato eletto presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai. Landolfi è stato eletto al primo scrutinio, con ben 25 voti favorevoli su 34 commissari presenti alla prima riunione dell'organismo bicamerale. Chi si ricorda che questo signore, quando ricopriva lo stesso incarico cinque anni fa, si rese protagonista del noto episodio del biglietto autorevolmente passato all'allora direttore del Tg1 Gad Lerner perchè favorisse e sistemasse un giornalista protetto dal politico? Il Landolfi, lungi dal vergognarsene, minacciò sfracelli per l'attacco "vile e menzognero" del Lerner e lo citò dinanzi al Tribunale di Roma per ottenere il risarcimento dei danni. Con recente sentenza n. 1826/2006, quel Tribunale ha respinto la domanda del Landolfi e l'ha condannato al rimborso delle spese processuali in favore del suo avversario.
I proponimenti del Landolfi sulla tutela della professionalità nelle nomine Rai appaiono, alla luce della faccenda, semplicemente penosi, così come il consenso bipartisan ottenuto dal neopresidente, sul cui nome avrebbero dovuto esservi quantomeno obiezioni di carattere morale.
Della storia della ragazza austriaca rapita a dieci anni e tenuta prigioniera per otto non mi ha particolarmente sorpreso la pretesa sindrome di stoccolma e quindi la collaborazione e l'affectio verso il rapitore. Basterà, a riguardo, ricordare i casi delle centinaia di bambini sottratti da militari golpisti argentini alle rispettive famiglie di perseguitati politici desaparecidos negli anni ‘70, molti dei quali, divenuti adulti ed informati del crimine commesso e dei loro veri genitori, hanno voluto rimuovere l’accaduto restando solidali con i rapitori assassini. Quelle che si impongono in modo talmente evidente da accecare i più sono le sorprendenti conseguenze della prolungata detenzione e dell’isolamento di una bambina poi adolescente, nonchè della impedita frequentazione dei propri genitori, della scuola, dei propri coetanei. L’intervista tv di Natascha Kampusch ha rivelato una ragazza intelligente, educata, equilibrata, matura, dotata di sense of humour e spirito critico, ma anche di fascino e stima di sé. E’ capitato, nel passato, di aver potuto osservare un bambino cresciuto nella giungla ed allevato da animali feroci, e si è approfittato dell’opportunità per avviare riflessioni sul metodo educativo corrente. Penso che occorra farlo ora, giacchè quello di notevole che è divenuta Natascha Kampusch lontano dalla famiglia, dalla scuola e dagli amici deve essere un campanello d’allarme su quanto poco essi in realtà rappresentino per l’educazione di una persona e su quanto ne siano scadenti i ruoli ed i messaggi. Natascha Kampusch ha avuto i libri ( la prima cosa che ho notato nelle immagini del buco in cui ha vissuto per otto anni sono state, appunto, pile di libri ), la tv, la radio e basta, ed oggi ci troviamo di fronte ad una ragazza più intelligente dei suoi coetanei, più matura di loro, più equilibrata, più consapevole, più colta, più dotata criticamente di loro. Persino molto più affascinante e carina di loro, abbigliati con le loro tristanzuole divise scure ed irregimentati dietro mode e miti comuni. Il poco di cui ha fruito Natascha Kampusch nella cella del mostro appare paradossalmente enorme a confronto di quanto riescono a trasmettere la maggior parte delle famiglie, quel che resta della scuola e la comitiva degli amici, ormai stanche e patetiche casse di risonanza di stereotipi. Sperare che si possa prendere atto dell’evidenza imbarazzante di tale fallimento educativo ( di cui è emblema quel poveraccio del padre che con il suo agente va in giro come una madonna pellegrina, piatendo una parte in quello che gli pare un lucroso business ) è tuttavia troppo, ed è chiaro che l’opportunità resterà sprecata, pasto com’è per la solita compagnia di giro di psicanalisti di regime ed oggetto di avvilenti polemiche su interviste televisive e relativi compensi.
"C'è un eremita, macilento, selvatico come un vero eremita. Raccoglie pazientemente le fragoline di bosco attorno alla sua grotta. Le mette in una tazza davanti a sè e le guarda macerarsi, sino a che marciscono completamente, e allora le butta via. Il suo digiuno sarebbe troppo vacuo se gli bastasse non avere niente da mangiare" ( da "La rinincia ragionevole", di A. Sofri, su Panorama, 27.9.2001 )
A proposito dell’articolo di Adriano Sofri su La Repubblica del 30 agosto nel quale egli propone il disarmo atomico unilaterale di Israele. Mi torna alla memoria un ormai dimenticato episodio della vita di Sofri: la sua clamorosa rinuncia alla proposizione dell’appello contro la prima sentenza che lo condannò per l’omicidio premeditato del dott. Calabresi. Rinuncia che mi parve ( e tuttora mi pare ) davvero incomprensibile da parte di chi si è sempre protestato innocente e si riteneva vittima di un errore giudiziario ( anche se, per la verità, Sofri non poteva ignorare che l’appello che i correi Bompressi e Pietrostefani invece proposero avrebbe esteso per legge i suoi eventuali effetti favorevoli anche a lui, sicchè la sua pericolosa evoluzione godeva comunque di una rete di protezione ). Non è quindi la prima volta che Sofri esprime la propria inclinazione ad atteggiamenti riconducibili a quella che ebbe a chiamare ( in un altro articolo su Panorama, a proposito di Afghanistan, cinque anni fa ) “rinuncia ragionevole”. Non riesco a trovarvi niente più di estetizzanti, astratte esercitazioni in una materia terribilmente seria, proprio come un tempo le esortazioni gandhiane agli ebrei a "resistere" alle persecuzioni hitleriane con la nonviolenza. Eleganti e pericolose.

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