Poco prima dell'epocale voto al Senato pensavo ad una cosa che aveva detto Cossiga il giorno prima, e cioè che Berlusconi gli aveva telefonato per chiedergli di votare a favore del governo. La solo apparente stravaganza dell'iniziativa si spiega, secondo me, col fatto che verosimilmente B. non salta dalla gioia per la crisi in questo momento, certo com'è che il centrosinstra è molto più bravo a farsi autonomamente del male di quanto non sia lui a farglielo, e non era tutto sommato ancora cotto a puntino ( p.e., la nascita del partito democratico dovrebbe essere il colpo di grazia per il centrosinistra sia ala luce del dato di comune esperienza del fallimento elettorale di quasi tutte le fusioni nella storia politica italiana che per le ulteriori scissioni a carico di ds e margherita che ciò inevitabilmente determinerà, etc. )
Ho visto il servizio di Matteo Bordone su You Tube e non in tv perché non guardo Le Invasioni Barbariche. Se sullo stesso non fosse stato mandato avanti il dibattito sui blog me lo sarei perso, come volentieri gli altri imperdibili contributi di quella trasmissione. Confesso di non capire quale sia la battaglia e lo stesso oggetto del contendere. Da Bordone nessuna analisi e nessuna volontà di farla, solo poche pennellate impressionistiche ed un po’ di birignao alla nannimoretti prima maniera ( prima che diventasse un tipo-così-simpatico-e-alla-mano facendo il karaoke da Fiorello o rispondendo agli ascoltatori con Cotroneo ), cui somiglia anche fisicamente: guardando il servizio non posso reprimere la condivisione integrale degli stati d’animo ( non sono forse fedele ascoltatore di Dispenser? ) ma anche un senso di sottile rammarico per i suoi e ed i miei pensieri in un centro commerciale. Perché mi chiedo se la Parietti non abbia davvero ragione, se quello di Bordone ( ed il mio ) non sia davvero snobismo, giacchè le orribili folle di seguaci del ballerino latinoamericano che si tiene il pacco non sono poi molto diverse dai teneri ed iconici vecchietti che ballavano il liscio alla casa del popolo, nè forse soggiacciono ad una fascinazione molto diversa da quella che irradiavano i mambo ed i calypso degli anni ’50, anch’essi assurti a miti. In studio, Bordone continua a rifare Nanni Moretti d’àntan con la sua interlocutrice fedele, invece, allo stile rissoso ed approssimativo dei talk show. In cui appunto, come in questa circostanza, non si capisce mai quali sia esattamente la vexata quaestio. Ma forse è il segreto per sopravvivere nella tv ( e non solo ) di questi tempi: dibattere senza mai mettere a fuoco, ostracizzare o solidarizzare senza neanche ben capire. I blog ci mettono poi del loro, come se di una vera battaglia si trattasse.
Piuttosto c'è uno spunto delle riflessioni di Bordone sul suo blog che lo meriterebbe davvero, un approfondimento:
"Ormai il recupero del tamarro (quello sì spesso compiaciutissimo e snob) ha sfondato a sinistra. A allora siamo a un punto in cui ti danno dello snob classista se dici che Domenica In è una porcheria, che al Bagaglino ci sono le battute sulle corna e sulle sottane, che Gigi d’Alessio non è molto originale e che non proprio tutte le volte che Lino Banfi ha detto “porcaputtèna!” era un momento di grande cinema. È tutto necessariamente bello. Tutto meraviglioso. Solo dei ricchi, che non si sbaglia mai, si può parlare male".

Oggi ho fatto una lunga passeggiata per San Francisco attraverso le foto di Craig Ferroggiaro sul suo sito Trails of Light.
Spulciando tra i World Press Photo Awards 2007, non riesco a non far caso a strane dimenticanze nei titoli di alcune foto cui fa riscontro la puntuale analiticità di altri. E' il caso dello scarno titolo di questa ( "Public execution of suspected collaborator, Jenin, West Bank, 13 August" ), confrontato con la dovizia di particolari, ad esempio, di questa ( "Paramedics show the dead body of a baby to the press after Israeli bombing of Qana, Lebanon, 30 July ). La prima ( ricordo bene l'evento oggetto della foto, peraltro assai comune nelle zone sottoposte all'Autorità Palestinese ) avrebbe dovuto intitolarsi quantomeno "Pubblico linciaggio di un sospetto collaborazionista con Israele da parte di miliziani palestinesi", etc. Non riesco ad abituarmi a siffatte "strane" reticenze che, sommate le une alle altre, determinano la pubblica opinione con riguardo ai fatti del nostro vicino Oriente. A ciò si aggiunga che il clima di terrore imposto nei Territori da bande armate mafiose palestinesi variamente denominate suggerisce comportamenti molto diversi dei familiari delle vittime a seconda che artefici degli eventi luttuosi siano israeliani o meno: nel primo caso, si assiste a scene come quella di cui all'ultima foto, e cioè a lunghe pose di cadaveri in favore dei flash, pubbliche invettive ed ululati di disperazione sempre a favore di giornalista. In occasione di uno dei normali episodi di "giustizia" palestinese, vale a dire di assassinio senza processo e di pubblico scempio di corpi, non è dato assistere neanche al pianto ed alla pietà dei familiari. Non si comprende se perchè essi preferiscono chiudersi in casa o piuttosto perchè non vengono organizzate conferenze stampa in strada. Qualche indiscreto giornalista può comunque occasionalmente far capolino quando, come nel caso del linciaggio di Jenin sei mesi fa, l'episodio si trasforma in intrattenimento pubblico di centinaia di persone, perlopiù baldi giovani con jeans stone washed e telefonini muniti di fotocamera per immortalare l'evento ( vedi, ancora, qui ). A far vacillare l'immagine dei Territori come luoghi di dignitosa miseria, etc. dove un giovane popolo attende sotto il tallone di un odioso invasore di poter costituire un Paese libero e democratico.
I quarant’anni dalla morte di Ernesto Rossi mi trovano a leggere il suo epistolario 1943/1967 appena edito da Laterza. Lettura ed anniversario quanto mai per me tempestivi, giacchè sono a casa tranquillamente convalescente dopo un non grave intervento chirurgico e le ultime lettere sono di un Rossi ammalato, mentre laicismo ed influenze d’Oltretevere sono temi caldi in questi momenti al pari di quando Rossi scriveva. Con il marcire, nel frattempo, di molti problemi che lo occupavano ( oltre alle particolari attenzioni vaticane, i vizi del ceto imprenditoriale italiano, il trasformismo e la corruzione di quello politico, l’attrazione fatale della sinistra per il sottogoverno, etc. ), balza agli occhi la singolarità della sua figura, non dovuta solo al costituire i radicali come lui ( ai suoi ed ai nostri tempi ) vere mosche bianche nella nostra politica, ma allo stesso suo temperamento. Rossi non era, infatti, solo fervidamente anticomunista, antifascista e laicista ( con rivendicazione orgogliosa del termine, del resto insostituibile dall’odierno anodino, insignificante ed anzi fuorviante “laico” ) ed inflessibile nel suo liberalismo economico e politico, ma del tutto atipico nel quadro della politica italiana. A quarant’anni dalla sua morte sarebbe problematico indicarne gli eredi: mentre, infatti, non è difficile comprendere i motivi della perdurante freddezza nei suoi confronti di quasi tutto l'ambiente politico ed economico, lo stesso Pannella ( l’unico che rivendica continuità con il pensare e l’agìre di Rossi, et pour cause, pur avendo avuto con lui minor sintonia di quanto si creda: emblematico ne è il freddo scambio di missive pubblicate nel recente volume di Laterza) farebbe bene a riflettere e prendere atto del progressivo allontanarsene del partito radicale degli anni ‘70/inizi ’80 e poi dei soggetti radicali a noi contemporanei. Se il primo sarebbe incorso nelle feroci -ed a volte, per la verità, ingenerose e pregiudiziali- critiche che Rossi riservava a chi accettava di percorrere anche solo tratti di strada col PCI, il Pannella dell’epoca successiva -quello della contrapposizione a Mani Pulite gridando al golpe, delle autoconvocazioni dei parlamentari alle sette del mattino e della liason con Craxi e poi con Berlusconi- non avrebbe passato il fine setaccio di Rossi in termini di vigilanza contro il malcostume politico. Ed infatti, mentre i più ( tra i pochi che faranno caso alla ricorrenza ) rievocheranno oggi il Rossi anticlericale, antifascista, anticomunista, liberale e liberista -e lo faranno a buona ragione- a me, cui garbano lidi ancora più deserti, oggi piace ricordare anche il Rossi dell’intransigente lotta ( giudiziaria ma non solo, ancorchè sfortunata ) contro la corruttela politica, il vaniloquio politico-giornalistico e l’aria fritta nazionale ed inter/transnazionale.

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