L’ultima del Garante per la Protezione dei dati personali ( relatore Mauro Paissan, già direttore del “Manifesto” e parlamentare dei Verdi, che con la vicepresidenza della Commissione di vigilanza sulla Rai certamente fornì a suo tempo le tranqullizzanti credenziali necessarie al ruolo che dal 2001 ricopre ) ha suscitato giustamente scandalo per il precipitoso intervento a tutela della riservatezza dei personaggi pubblici ed a discapito del diritto all’informazione. In realtà, a ben riflettere, la “privacy” ha da noi avuto sin dal principio un’accezione conservatrice ed antidemocratica, più compressiva di diritti che espansiva degli stessi. Ricordo di avere notato, praticamente subito dopo le prime norme in materia, in un contesto sociale meridionale solitamente torpido nel recepimento di novità legislative, un’accoglienza entusiastica e persino istintiva della nuova problematica, soprattutto tra i burocrati di ogni livello. Pareva non stessero aspettando altro che potere, con le sopracciglia aggrottate ed espressione enigmatica, accampare una formuletta magica ( “per la pràivasi” ) per omettere un adempimento, negare una informazione od una certificazione, risparmiare anche solo un gesto. Negli ultimi anni abbiamo poi assistito ad un'evoluzione della normativa nel senso contrario rispetto a quello che avrei auspicato: invece di conoscere di più del nostro prossimo ( come si dovrebbe in una società in cui, come si dice, si è sempre più interconnessi e i rapporti sono sempre più veloci ) si è incallito un guscio di protezioni che paiono fatte apposta per tutelare i furbi ed i prepotenti ai danni dei più deboli. Mentre nessun serio ostacolo è stato frapposto alle pesanti intromissioni di quelli che si suole chiamare “poteri forti” nelle vite dei cittadini, questi sono stati sepolti da montagne di moduli ed adempimenti inutili e ridicoli, moderna manifestazione della immarcescibile passione nazionale per i barocchismi cartolari e la sistemazione delle scartoffie come surrogato della sostanza delle cose. Gli adempimenti a tutela della privacy sono quindi divenuti parte dell’armamentario esoterico dei consulenti e dell’incomprensibile scadenzario burocratico e, nella loro pletoricità, ulteriore fonte di ingiustizia, incoerenza, contraddittorietà, insincerità nel rapporto tra cittadini ed amministrazione. Io, per esempio, non potrei tenere fascicoli in vista sulla mia scrivania nè ( orrore ) portarne uno a casa per studiarlo la domenica, chè mia moglie potrebbe sbirciare dei nomi nell’intestazione, e ciò mentre invece indiscriminate moltitudini percorrono corridoi di ogni tribunale tappezzati di faldoni su cui spiccano i nomi dei contendenti, od ascoltarne le vicissitudini entrando indisturbati in qualunque aula.
Visto quello che di ipocrita ed inutile la tutela della privacy è divenuta nel “diritto vivente” e nella vita di ogni giorno, non stupisca, quindi, che le menti del suo “Garante” siano politici un tempo rivoluzionari, cresciuti nella camera di compensazione della vigilanza sulla Rai ed oggi disponibili a simili compiacenti provvedimenti.

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