La seconda giornata del nostro viaggio per la montagna all’inizio degli anni settanta era cominciata di buon'ora guardando dal nostro hotel di San Marino –oasi di refrigerio proprio di fronte alla graticola riminese e perfetta tappa intermedia- il Montefeltro ancora immerso nella nebbiolina notturna, e sarebbe finita tra le nebbie della xamamina che papà e mamma ci davano per poter attraversare il Cadore senza patìre troppo le curve della statale di Alemagna. Ero stordito quando finiva il lungo viaggio e l’auto di papà, a Borca, affrontava i tornanti che salivano al villaggio Agip di Corte di Cadore. Ricevute le chiavi della villetta presa in affitto la trovavamo, pulita e silenziosa, tra le altre nel bosco di larici ed abeti.

Sarei rimasto irretito dall’estetica di quel villaggio completato pochi anni prima sul nulla di una scarpata sassosa alle pendici dell’arcigno Antelao. Ragazzino, non capivo nulla di architettura, ma avevo la vaga percezione del rustico e pittoresco come prezzo da pagare per l’abitare in montagna, e del raro privilegio di poterne fare a meno. L’interno della villetta, nel miglior stile anni cinquanta, era piccolo e magnifico: un’intera parete del soggiorno, dov’era il grande tavolo da pranzo in legno massiccio, era vetrata e prospettava sul massiccio del Pelmo, uno dei più belli e dolci delle dolomiti, color corallo al tramonto: in quella stanza io ci dormivo anche, mentre i miei genitori e le mie sorelline avevano stanze loro.
Mi scoprii ben presto privilegiato per un tale giaciglio, anche perché avevo ai piedi del lettino la stufa in maiolica che ai miei occhi era il simbolo del grande Nord ed evocava slitte, trolls e papageni. Tra due montagne quindi, una incombente sul tetto della casa, l’altra placidamente sdraiata davanti: una ideale cassa di risonanza per ogni temporale cadorino ed ampezzano, che rotolava fragoroso con mia madre rifugiatasi nell’armadio ed io a misurare sul campo i concetti di bello e di sublime, e se C. D. Friedrich avesse avuto ragione. Proprio pensando ai piedi all'epoca pelati e selvaggi dell’Antelao, tra le frane ed i temporali, il grande architetto modernista Edoardo Gellner aveva, alla metà dei ’50, disegnato per il visionario Enrico Mattei ed i lavoratori dell'ENI il villaggio dell’ Agip dove trent’anni fa mio padre -magistrato e quindi dipendente di uno Stato allora grande imprenditore petrolifero- aveva trovato conveniente farci trascorrere il cuore dell’estate.


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