Uscendo dal cinema dopo aver visto Munich di Spielberg molti spettatori tornano, per così dire, bambini iniziando a discutere nei dettagli di merito degli eventi narrati in una fiction certamente avvincente come se fossero interamente veri. Gli altri ( giovani che non ricordano fatti avvenuti 34 anni fa e loro genitori ignoranti o di corta memoria ) sono fuorviati dal plateale e ridicolo flashback finale con la sequenza del massacro nel 1972 degli atleti israeliani all’aeroporto di Monaco alternata ad un furibondo amplesso con la moglie del protagonista Avner, che schizza sudore come acqua di mare un labrador bagnato appena raggiunta la spiaggia. Le twin towers nell’inquadratura finale sembrano voler suggerire chissà quale profonda riflessione ad un pubblico confuso che cerca solo di capire se c’è un fotomontaggio digitale o cosa. In sala nessuna reazione alla vista del macello degli inermi ostaggi israeliani, la prima simpatia è per un dirigente palestinese coinvolto con i terroristi di Settembre Nero, ucciso dagli agenti del Mossad dinanzi ad un ascensore con la sportina della spesa in mano ( “bastardi”, sibila una ragazza, il fuoco ebraico chiama immediata indignazione ). A Spielberg viene rimproverata come minimo ambiguità per un film che forse è meglio guardare come una spy story e basta, nonostante le goffe inframmettenze di dialoghi seriosi. Io comunque non mi annoio un attimo e le quasi tre ore volano: gli attori sono tutti molto convincenti, ma la sceneggiatura è prevedibile, le ambientazioni ( a Parigi, Londra, New York, etc. ) trite ed a volte ridicole ( è possibile pensare ad una riunione di spie, con scambio di ingrandimenti fotografici di possibili obiettivi, sedute nel dehors di un bistrot parigino nell’animazione di un incrocio? ). Hollywood, anche quando vorrebbe dimostrare che sa fare film impegnati dalla parvenza snob, è soprattutto entertainment e non è il caso di scaldarsi tanto a discutere, all’una di notte, su vendetta, giustizia, patria e terrorismo. In linea di massima, tra gli spettatori “politici” restano delusi quelli più engagèe sugli opposti versanti filoisraeliano e filopalestinese, ed invece moderatamente appagati gli eternamente perplessi dall’occhio umido, quelli che “violenza chiama violenza”, "odio chiama odio", ai quali piacque quel documentario edificante di qualche anno fa sulla partita di pallone tra ragazzini ebrei ed arabi.


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