Ho visto il servizio di Matteo Bordone su You Tube e non in tv perché non guardo Le Invasioni Barbariche. Se sullo stesso non fosse stato mandato avanti il dibattito sui blog me lo sarei perso, come volentieri gli altri imperdibili contributi di quella trasmissione. Confesso di non capire quale sia la battaglia e lo stesso oggetto del contendere. Da Bordone nessuna analisi e nessuna volontà di farla, solo poche pennellate impressionistiche ed un po’ di birignao alla nannimoretti prima maniera ( prima che diventasse un tipo-così-simpatico-e-alla-mano facendo il karaoke da Fiorello o rispondendo agli ascoltatori con Cotroneo ), cui somiglia anche fisicamente: guardando il servizio non posso reprimere la condivisione integrale degli stati d’animo ( non sono forse fedele ascoltatore di Dispenser? ) ma anche un senso di sottile rammarico per i suoi e ed i miei pensieri in un centro commerciale. Perché mi chiedo se la Parietti non abbia davvero ragione, se quello di Bordone ( ed il mio ) non sia davvero snobismo, giacchè le orribili folle di seguaci del ballerino latinoamericano che si tiene il pacco non sono poi molto diverse dai teneri ed iconici vecchietti che ballavano il liscio alla casa del popolo, nè forse soggiacciono ad una fascinazione molto diversa da quella che irradiavano i mambo ed i calypso degli anni ’50, anch’essi assurti a miti. In studio, Bordone continua a rifare Nanni Moretti d’àntan con la sua interlocutrice fedele, invece, allo stile rissoso ed approssimativo dei talk show. In cui appunto, come in questa circostanza, non si capisce mai quali sia esattamente la vexata quaestio. Ma forse è il segreto per sopravvivere nella tv ( e non solo ) di questi tempi: dibattere senza mai mettere a fuoco, ostracizzare o solidarizzare senza neanche ben capire. I blog ci mettono poi del loro, come se di una vera battaglia si trattasse.
Piuttosto c'è uno spunto delle riflessioni di Bordone sul suo blog che lo meriterebbe davvero, un approfondimento:
"Ormai il recupero del tamarro (quello sì spesso compiaciutissimo e snob) ha sfondato a sinistra. A allora siamo a un punto in cui ti danno dello snob classista se dici che Domenica In è una porcheria, che al Bagaglino ci sono le battute sulle corna e sulle sottane, che Gigi d’Alessio non è molto originale e che non proprio tutte le volte che Lino Banfi ha detto “porcaputtèna!” era un momento di grande cinema. È tutto necessariamente bello. Tutto meraviglioso. Solo dei ricchi, che non si sbaglia mai, si può parlare male".
Ogni sera, dal lunedì al venerdi -i giorni di apertura delle Borse- su CNBC ( edizione originale USA, non nel palinsesto europeo ricevibile da noi via satellite ) va in onda Mad Money, uno strano show tenuto da un guru finanziario a nome Jim Cramer. Sul fenomeno Cramer ha scritto Luca Sofri sul suo blog ( non ho ancora letto il pezzo su Vanity Fair ) con toni che non condivido; meglio, penso che Sofri dìa enfasi agli aspetti più superficiali della faccenda ed ometta l’essenziale. L’one man show s’incentra sulla fervida e spettacolare raccomandazione quotidiana di alcuni titoli quotati a Wall Street e sul Nasdaq. Cramer consiglia di acquistare o vendere determinate azioni in modo aggressivo e seducente, e le sue raccomandazioni vengono immediatamente rilanciate, in tempo reale e in forma sibillina, da tutte le agenzie informative finanziarie ( “A Cramer piace X”, “A Cramer non piace Y”) . Il programma viene irradiato quando formalmente i mercati USA sono chiusi, ma così in pratica non è perché, in realtà, le contrattazioni di borsa non si chiudono mai. Non solo perché sui mercati finanziari globali non tramonta mai il sole ( quando è chiusa New York sono aperte le borse orientali, poi quelle europee, poi riaprono gli USA e via senza soluzione di continuità ), ma anche perché negli stessi Stati Uniti si può seguitare a negoziare ( c.d. “extended hours” ) sino alle 8 p.m., a trasmissione già in corso. I prezzi delle azioni magnificate da Cramer ( pumping ) s’impennano subito del 10% circa, ed il contrario accade a quelle che il guru consiglia di vendere. La perturbazione del mercato è tanto più vistosa quando –come spesso succede, e sono i casi più gravi- le società di cui Cramer parla sono piccole, perché l’ondata di ordini destabilizza in modo più forte l’esiguo mercato del titolo, il cui volume cresce improvvisamente a dismisura. Non è neanche il caso di dire cosa questo significhi: Cramer sarebbe praticamente in grado di realizzare guadagni immensi con uno schiocco di dita, e con lui chi, a vario titolo, possa essere a conoscenza di quanto andrà a dirsi nelle trasmissione. Guadagni conseguibili con risibile facilità ed incontrollabili: chiunque può compiere operazioni in pochi secondi dal computer di casa o farle compiere da un prestanome. Ogni sera si consuma un vero scandalo che rivela l’ipocrisia dei controlli della tanto celebrata SEC ( l’organo americano di controllo sulla borsa ).
Gli eredi di quei veri e propri spettacolini che nei primi anni sessanta erano gli spot pubblicitari di Carosello sono -non capisco perchè- in Giappone. Questo spot, per esempio, è davvero ipnotico, la musichetta ( una sorta di marcetta che per noi ha un sapore slavo ) è incredibilmente orecchiabile ed i gommosi pupazzetti colorati -che sfilano sulla tavola come buffi reggimenti dell'armata rossa il primo maggio- hanno imparato la lezione dei teletubbies. Grandi e piccini rimangono a bocca aperta come la bambina seduta ( per visualizzare, scegliere tra quicktime e mediaplayer ).
Niente di interessante alla tv in una sera come tante: sfogliata inutilmente anche la guida dei programmi di Sky colma di films americani prescindibilissimi, l'ultima spiaggia è un dvd o una videocassetta. Per fortuna trovo in libreria una cosa che non avevo visto, Marco Paolini in "Questo radichio non si toca. Diario di un'estate", cassetta allegata al libro Einaudi. Non amo il teatro, che perlopiù mi annoia per repertorio ripetitivo ed enfasi retorica, ma Paolini è una delle splendide eccezioni. Sta di fatto che, per dargli lo spazio ed il rilievo che merita, la televisione è chiaramente in attesa che compia settant'anni e gli venga conferito il Nobel: come spiegare altrimenti la mancata riprogrammazione di quel commovente capolavoro de " Il Milione" che pure la Rai ha in archivio per avere trasmesso lo spettacolo in diretta dall'Arsenale di Venezia sei anni fa?
Mi sono messo alla difficile ricerca della registrazione, che fu edita da CPI/Poligram e risulta da tempo esaurita. Il Milione:quaderno veneziano è un indimenticabile show, uno dei più belli ed emozionanti degli ultimi anni, con tutti gli amati topoi veneti di Paolini ( primo tra tutti il tormentone scoppiettante di mototopo mototopo mototopo, dal nome onomatopeico -è proprio il caso di dire- dei barconi che percorrono incessantemente la laguna carichi d'ogni merce ) glorificati dalla magica ambientazione nei cantieri palladiani al cospetto di un pubblico galleggiante su barche di ogni forma e dimensione, e dove si ritrova l'atmosfera liquida e brumosa delle sue vecchie letture notturne su Radiotre ne "Il racconto di mezzanotte".
Mototopo mototopo mototopo ...
E' impossibile non notare la bellezza degli impianti realizzati dai greci per Atene 2004, e non solo il lavoro di Calatrava allo stadio dell'atletica. Bellissima è anche la loro grafica, dal simbolo sino a minuti particolari ( gli ostacoli dell'equitazione, per esempio ). La lezione di gusto cade nel vuoto per quanto riguarda la tv italiana. Molto irritante tutto il taglio dei resoconti olimpici. Nazionalismo becero innanzitutto: le olimpiadi vengono viste dalla tv italiana ( e, suo tramite, vissute da noi ) come una spedizione all'estero di un manipolo di prodi il cui obiettivo è portare in patria più metallo possibile. Se non imperversa, abbrutito ed arrochito dal patriottismo, l'obeso telecronista-comico-ultrà od un suo clone, ossessivi spot a volume maggiorato e grafica cafona cnn-style ci ricordano di continuo i momenti di gloria dei nostri atleti.
Quando la Rai trasmise la serie tv su Pippi Calzelunghe non ero più un bimbo, e quindi il personaggio di Astrid Lindgren non fa parte dei miti dell'infanzia. Ne vidi qualche puntata con occhio smagato, non potendo
non far caso al pessimo doppiaggio italiano ( ricordate la sigla, cantata da una Pippi dalla voce di cinquantenne camuffata ? ) che aveva esiti sconcertanti sull'insieme, comunque davvero adorabile.
La serie è rimasta una opportunità più unica che rara per i bambini italiani di introdurre nel proprio immaginario le saghe e le atmosfere fiabesche dello Smaland
-la regione svedese dove erano ambientate le storie- e nella propria formazione quel connubio di forza, vitalità ed altruismo incarnato da Pippi.
Ho saputo che il mio blog si chiama come un personaggio di un reality show che va in onda su una rete mediaset. Naturalmente non ho nulla a che spartire con costui: il nome del blog è invece un tributo a Beppe Fenoglio, perchè è quello del protagonista di "Una questione privata", il suo incantevole capolavoro. Punto.
Quel che mi secca davvero della faccenda dei cc.dd. reality show ( che naturalmente sono tutt'altro, a poter definirsi così era, tutt'al più, Specchio segreto di Nanni Loy negli anni '60 ) non è la loro esistenza, o che ci siano milioni di persone che li seguono a scapito di altri programmi, ed ancor meno che altri li sbircino via satellite sul telefonino.
Fastidiosi mi risultano quegli intellettuali e programmisti che, collocandosi un gradino più su, fingono di 'studiare' il fenomeno o lo affrontano con 'ironia' ( parola oggi tra le più comode ed abusate ). Penso a cose, per esempio, come 'Mai dire Grande Fratello', o a chi imbastisce ricami sociologici o letterari, consentendo ad una fascia di telespettatori ancora perplessi di guardare la trash tv senza sensi di colpa.
E' inevitabile che scaccolarsi o fare puzzette siano attività largamente praticate in privato e con un grande futuro, ed è affar proprio. Così come seguire la 'reality tv'. Il guaio è inorgoglirsene, o attardarvisi in dotte disquisizioni, o spacciarlo per trendy od anche solo divertente, dando del noioso o moralista a chi se ne infastidisca.
Ho visto quasi per caso, su un canale satellitare che frequento assai poco, un episodio della serie BBC "The Office" . Detesto le sitcom, ma questa ( ammesso che possa definirsi tale ) merita un discorso a parte, e non me ne perderò più una puntata. Andata in onda nel Regno Unito per due stagioni (2001/02) più un Christmas special nel dicembre scorso, la serie è ambientata tra gli impiegati della filiale di una azienda del settore della carta. Perfetto blend di angoscia, ironia, umorismo; lo stile di ripresa evoca un reality show, di cui non ha mai la noia e la volgarità. I testi sono brillanti, la recitazione strepitosa, in particolare quella di Ricky Gervais nella veste di David Brent, un capoufficio politically correct in modo esasperante, seduttivo, paternalista, ridondante nelle sue molteplici velleità artistiche. Dal grande blob televisivo inaspettatamente riemerge un grande teatro moderno, senza risate finte, battutacce, americanate, etc. Su Jimmy Channel (Sky), in l.o. con sottotitoli in italiano, il mercoledi alle 21.

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