Non è difficile prevedere grande successo per il nuovo museo parigino aperto da pochi giorni e dedicato all’arte “primitiva” extraeuropea, pavidamente denominato, dal suo indirizzo, “Quai Branly” per i paralizzanti veti del politically correct francese ( e non solo francese, come testimoniano qui le virgolette ) ad ogni nome possibile, più che per la pigra moda globale di battezzare le nuove fabbriche semplicemente con via e civico. L’incombente torre Eiffel garantisce l’inserimento in molti tour basici della capitale, il target familiare pure. Il museo cui Chirac ( patito di arte primitiva ) affida la propria memoria presso i posteri è ospitato in un bell'edificio di Nouvel, l'architetto de l’Institut du Monde Arabe, ma l'interno ricorda piuttosto in modo prepotente un Rainforest Cafe. Rispetto a quello, manca lo stridìo delle scimmie e la musica jungle; ci sono invece la penombra, la foresta pluviale, i colori accesi della facciata e dei rivestimenti. E c’è tutta la voga del museo estetizzante in cui fanno premio il contenitore e la regia dell’allestimento rispetto agli oggetti, come nel melodramma rispetto a musica e cantanti. All’esposizione rigorosa e didascalica, al conveniente isolamento dei reperti del vecchio Musée de l’Homme e del Palais de la Porte Dorée ( donde provengono le collezioni esposte nel nuovo museo ), o del Louvre si sostituiscono accrochages di oggetti meravigiosi ma privi di didascalie, con illuminazione d’effetto ( vedere per credere ). Un delirio exotica, più che un museo, insomma. E dire che ci si sarebbe attesi atmosfere alla Fondazione Beyeler di Basilea, o trasparenze come alla Fondazione Cartier dello stesso Nouvel. Nel genere effetti nella penombra, molto meglio la mostra sugli Aztechi vista in Roma a palazzo Ruspoli due anni fa. E meglio anche le gallerie private di arte africana ed oceanica ( quella di Meyer, soprattutto, in rue des Beaux-Arts ) raggiungibili senza lasciare la rive gauche con una bella passeggiata da l’Alma a Saint-Germain-Des-Prés. Si conoscevano i mugugni dei curatori del Musèe de l’Homme, che non erano proprio quello che noi italiani avremmo pensato, e cioè resistenze passatiste e corporative, o non solo. Meno male che il Guardian ed il New York Times, con la franchezza anglosassone che è ancora il miglior contravveleno sul mercato alla grandeur d’oltralpe, ne hanno scritto maluccio.
Le prime foto pubblicate dell'antico sepolcro etrusco appena riportato alla luce a Veio lasciano sconcertati: i disegni -a tutto voler concedere in ragione della loro vetustà- appaiono di bruttezza imbarazzante ( non si può reprimere il confronto impietoso con Lascaux ed i meravigliosi tratti preistorici di molte migliaia di anni prima ) e ricordano certi mostriciattoli e cazzetti che fanno capolino tra i furori pollockanti del tardo Tancredi Parmeggiani. Qualche soccorrevole ingrandimento cerca di dare al papocchio etrusco una sorta di dignità astratto-informale alla Tobey ( come nella foto qui sopra, che ammetto sembrare proprio il genere di quadro anni '50 che campeggia a casa mia ), ma dubito sia davvero opera di un arcaico action painter piuttosto che un reticolo di mere casualità. Comunque, è l'ennesima conferma che, nell'attenzione dei media, l'ultima michetta uscita dal forno tira molto più di tutta la pasticceria.
Mi è capitato di chiedermi perchè, quando i notiziari riportano una nuova, eccitante scoperta archeologica, non se ne organizzi in tempi rapidi un'esposizione temporanea. Non è comune quanto succede a Taranto, dove al museo nazionale archeologico ( chiuso da anni per interminabili lavori di restauro e che lo rimane per quanto riguarda l'accesso alle strabilianti collezioni permanenti ) è esposta gratis da pochi giorni la famosa "mappa di Soleto". E' in una teca al centro di una sala che ho trovato, di sabato mattina, deserta: si tratta del frammento del bordo di un vaso a fondo nero e risale al sesto secolo a.C. Scoperta in un paese della provincia di Lecce da archeologi dell'università di Montpellier è molto più piccola di quanto avessi pensato, più o meno come una moneta. Raffigura l'estremità orientale del Salento e della penisola italiana ed è graffita sul coccio con un oggetto appuntito. I siti di località messapiche
-alcune corrispondenti a centri tuttora esistenti come Leuca ed Otranto- sono scritti in alfabeto greco e la loro ubicazione ( assai precisa ) è espressa in punti, proprio come nelle carte geografiche moderne. La linea continua è quella della costa; a sinistra c'è il nome, in greco, di Taranto ( non indicata da un punto perchè fuori dalla mappa e verosimilmente usata come punto di riferimento ) ed il mare è classicamente raffigurato da chevrons. Si tratterebbe della più antica carta geografica occidentale ed è così semplice e leggibile ( un filmato aiuta ad identificare le località indicate, ma chi conosce la zona può persino farne a meno ) da lasciare senza fiato. Interessanti gli apparati della mostra sugli scavi nella terra dei Messapi; fastidiosissima la colonna sonora costituita da un brano di musica barocca di non più di cinque minuti che diviene ossessivo per il visitatore che protragga la visita -come imperativo- per più di un quarto d'ora ( purtroppo capita ovunque, per esempio anche nelle temporanee al British Museum ). Emozionante: dopo essermi mangiato a lungo con gli occhi il venerando francobollo interrogandomi sulla sua autenticità ( un archeologo disinvolto potrebbe essere tentato di giocare uno scherzo a fin di bene tipo quello livornese delle teste di Modigliani per guadagnare attenzione e finanziamenti alla cultura ed alla ricerca ) mi viene in mente mapsproject. Riguardarlo con spirito diverso ora s'impone: a quanto pare la cartografia occidentale non nasce, come avrei potuto supporre, da mani sacerdotali ed in ambito istituzionale, ma proprio meravigliosamente "moderna" e laica, come uno schizzo sul retro di uno scontrino o di un biglietto del tram.
E’ morto piero dorazio. Quando, a bologna dieci anni fa, decisi di comprare un suo quadro mi limitavo a nutrire stima per lui: sapevo che era stato, negli anni difficili, dalla parte giusta, libero artista di sinistra contro l’asfissiante condizionamento del realismo socialista imposto da togliatti, diventando uno dei giovanissimi astrattisti ribelli del gruppo romano di forma 1; che, inoltre, era nell’attualità una persona aperta e moderna, laica e vicina al partito radicale. Conoscevo anche le sue opere a me contemporanee: quadri geometrici frigidi e da me lontanissimi che sembravano fatti col nastro adesivo colorato. Nulla a che vedere con la tela del 1957 che campeggiava ad artefiera nello stand di una nota galleria fiorentina. Come faccio quando c’è un’opera che mi piace, gironzolavo nei paraggi cercando, nel contempo, di non tradire eccessivo interesse per il quadro e di sbirciarlo da più angolazioni possibile. Tornai apposta in via stalingrado con un freddo terribile per studiarlo ancora. Poi lo comprai, a caro prezzo come quasi sempre le cose di cui ci si accorge di non poter fare a meno. E’ un dorazio americano, ancora interessato all’espressionismo astratto d’oltreoceano e reduce da quella sbornia di raffinatezza e colore, ma anche di agio e di joie de vivre che conobbero in america altri nostri artisti dei ’50 –come l’altro amatissimo afro basaldella- quando lasciarono felicemente le secche delle nostre diatribe provinciali, del realismo e della moda picassiana ma anche del nostro asfittico mercato dell’arte. E’ un dorazio che ha già visto gorky, pollock ma sopratutto de kooning. E' il mio dorazio, il mio simbolo della bellezza possibile nell’arte moderna e –si parva licet- sulla parete bianca di una casa.
Si è appena diffusa qui in puglia la notizia secondo cui la magistratura locale ha sequestrato il manifesto di "crysalis", rassegna artistica italo-olandese iniziata oggi a bari. Sul manifesto un’opera fotografica di margi geerlinks, artista di Rotterdam, che raffigura una bimba nuda di profilo con una farfalla sulla spalla. Mentre scrivo i carabinieri stanno setacciando la città alla ricerca degli infami manifesti. Il reato contestato pare sia quello di atti osceni. Sono stupefatto per l’enormità dell’iniziativa cui fa riscontro l’assoluta innocenza della foto, più casta di molta pubblicità di pannolini e carta igienica che non turba i sonni dei solerti magistrati della procura. Evidentemente la gigantesca kermesse sanfedista delle settimane scorse comincia a dare i suoi frutti. Campagna cui hanno partecipato pure la gran parte dei c.d. laici, mettendo a tacere ogni raziocinio e decenza ed arruolandosi tra gli ascari dell’assolutismo papalino. Complimenti a tutti, agli asceti maratoneti del voyeurismo della finestra pontificale, agli intruppati del pellegrinaggio mitomane, ai giornalisti zeloti, agli aedi del ghigno papale spacciato per dolce sorriso, ai politici in gara a compiacere vescovi e cardinali. E’ un caso che ciò stia avvenendo proprio a bari, meta della prima visita pontificale del guardiano della fede benedetto XVI, tra poco più di un mese? Potrebbero forse i suoi muri essere insozzati da simile arte degenerata?
La vera iniziazione all'arte è stata per molti la contemplazione delle carte geografiche affisse alle pareti dell'aula scolastica, su cui troppo spesso vagava liberamente lo sguardo annoiato. Non mi rendevo ovviamente conto, a quel tempo, di quanto le differenze tra una mappa e l'altra dipendessero assai meno dall'approssimazione propria di ogni riproduzione della realtà piuttosto che dallo stile del cartografo e dal gusto della sua epoca. 
Un sito fantastico è Relief Shading, il paradiso di cartografi, studenti e "map enthusiasts":
"Shaded relief is a method for representing topography on maps in a natural, aesthetic, and intuitive manner. On this website you will find rules and guidelines for the design and production of shaded relief, an overview of its history, examples produced by professional relief artists, technical tips, and much more".
In quanto solo superficiale ed estetizzante guardone di mappe mi sono quasi perso nel sito, di cui segnalo -tra le tante- due cose meravigliose: per gli smanettoni, la cartografia interattiva del Grand Canyon, con cui si può studiare, con un cursore, l'influenza delle variazioni dell'inclinazione della luce sul tratteggio del rilievo. Per gli altri, gli stupefacenti dipinti di Eduard Imhof (1895-1986), un grandissimo artista negli austeri panni di professore dell'Istituto Federale Svizzero di Cartografia di Zurigo. Vi prego di visitare la galleria virtuale delle sue opere: come definire meraviglie come quella qui sopra, o questa, questa, questa e quest'altra ?
Questa illustrazione del Walensee è emblematica: Imhof non si è limitato ad adattare una foto aerea, ma ha dato una libera interpretazione artistica di impressioni visive riportate durante lunghe passeggiate nella località. Così è stupefacente notare come la mappa dìa la netta sensazione della foschia del fondovalle, contrastante con il nitore dei rilievi.
Fosco Maraini diceva che è difficilissimo riprendere le montagne. In effetti il pittoresco è sempre in agguato, e lì casca quasi sempre il pittore: qui però lavora il cartografo, e l'approccio scientifico forse lo protegge dalla retorica.
Alcuni blog -sopratutto americani- espongono un pò impudicamente una wish list, perlopiù limitata a libri, sempre su Amazon. Se ce l'avessi io, una wish list, questo ci sarebbe senz'altro. Sta per uscire negli Usa il secondo volume di The Complete Peanuts, 1950-1954, la raccolta completa (!) dei primi quattro anni di vita del fumetto di Charles M. Schulz. I due volumi sono disponibili anche in cofanetto e sono solo l'inizio della pubblicazione, da parte di Fantagraphics Books, dell'integrale di Peanuts in 25 volumi al ritmo di due all'anno sino al 2017. Le strips sono raccolte in ordine cronologico (!), molte sono inedite ed il packaging è incantevole. Per i fans di Schulz -come il sottoscritto- l'acquisto non si discute neanche. Oggi stesso ordino il cofanetto ad Amazon e non vedo l'ora che arrivi: quello dei primi '50 è un periodo di Peanuts di cui s'è visto poco in giro, con i personaggi che evolvono dallo stadio embrionale alla maturità. Persino Snoopy esordisce come un cucciolo ... 
Ai buongustai pazienti consiglierei di inoltrare l'ordine all'inizio di dicembre in modo da fare/rsi un meraviglioso, romantico regalo di Natale. Ricordo ancora l'effetto che mi fece da ragazzino, a letto con l'influenza, l'arrivo di una dozzina di numeri arretrati di Linus della seconda metà dei '60. Il presentimento al trillo del citofono, l'apparizione di mia madre nel vano della porta della mia stanza con il pacco marrone dal mitico logo di Milano Libri, il pensiero di disporre di giorni vuoti per leggerli con calma ...
"We traipse around galleries because we know that this is a civilised thing to do. We certainly try to enjoy what we see, and of course some paintings strike us as quite pleasing. But not as pleasing as all that. Not as nice to look atat, anyway, as the girl in front of us in the queue".
E' davvero importante che un quadro celeberrimo quale, per esempio, The Scream di E. Munch, recentemente rubato ad Oslo, sia infine ritrovato?
L'articolo di Tom Utley sul Telegraph ( per leggerlo occorre registrarsi gratuitamente ) trae spunto dal rilievo banale che nessuno si accorgerebbe se al posto dell'originale ci fosse una mediocre riproduzione di pochi euro: la riflessione è però sulla fruizione delle opere d'arte, sulla coazione a ripetere il gesto feticistico e privo di significato di visitare un famoso capolavoro che conosciamo per averlo visto infinite volte su tazze, presine, manifesti. Sulla inconfessata delusione provata, sul sorvolo di centinaia di altre opere cui si sono al più dedicati sguardi distratti, sull'assurda ridda di prezzi di mercato inverosimili ma apprezzati più del valore artistico dei quadri, sulla psicologia delle interminabili file di gente in certe sale dei musei od alle mostre più reclamizzate.
Their Circular Life è una videoinstallazione interattiva per il web creata da due artisti modenesi: lo spettatore, azionando un timer con il mouse, scorre l'intero arco delle 24 ore, immergendosi nella ruotine quotidiana di immagini e suoni di un luogo. Il progetto è open source, quindi si richiede la collaborazione di chiunque possa scattare nella località preferita 24 foto distanziate di un'ora e raccolga il relativo audio. Purtroppo al momento si è fermi a cinque locations, quasi tutte modenesi, e l'iniziativa abbisognerebbe con urgenza di un rilancio. Si tratta di un sito incantevole, secondo me una delle più affascinanti e poetiche cose reperibili sulla rete. Ogni tanto, per esempio, quando ho nostalgia di Venezia vado in uno dei suoi posti più genuini e belli, campo S. Barnaba ( nella foto sopra ), ed è praticamente come esserci.

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