Un viaggio macrofotografico in vivande di carne può far seriamente pensare di diventare vegetariani. D'impulso uno circoscriverebbe la faccenda a cibi conservati americani, ma non so se lo spettacolo sarebbe molto diverso viaggiando in una buona bistecca.
Non si parla quasi per nulla del pesce che consumo io, in The End of the Line ( recente edizione italiana dal titolo Allarme Pesce, ed. Ponte alle Grazie ) di Charles Clover, environment editor del telegraph. La documentata indagine senza peli sulla lingua, di lettura molto agevole come in tutti i libri inglesi di questo tipo ( che sono divulgazione scientifica e reportage giornalistico ad un tempo ), rivela come la pesca sia oggi l’attività di predazione di gran lunga più devastante del pianeta, e come sia coccolata e coperta d’oro dai politici di ogni dove e di ogni orientamento. Il libro inizia in modo folgorante, descrivendo una partita di pesca a strascico ( metodo comunemente utilizzato dai pescherecci d’altura di tutto il mondo ) ed i suoi effetti come se avessero luogo sulla terraferma ad opera di due fuoristrada. Il lettore inorridito si rende immediatamente conto della sua iposensibilità a ciò che accade all’ambiente marino, lambito da un qualche interesse dell’opinione pubblica solo se si tratta di delfini e balene, quella stessa opinione pubblica che –come in giuoco in cui nell’immaginario sparisce il superpeschereccio ultratecnologico per lasciare il posto a capitan findus in blazer blu- estingue allegramente specie di merluzzi sino a pochi anni fa ritenute inesauribili e si nutre con noncuranza di pesci abissali privati dell’orrido aspetto e ridotti ad innocui filetti candidi. Riescono a sentirsi a posto con la coscienza solo i lettori vegetariani e quelli che si nutrono di piccolo pesce mediterraneo di paranza di poco costo ed origine verificabile. Non si parla, come dicevo all’inizio, delle mie trigliette, dei piccoli scorfani, delle vongole e delle mie pastasciutte, ma del merluzzo bianco e dell'eglefino dell’atlantico, del tonno, del merluzzo europeo o nasello, della spigola, dell’ippoglosso dell’atlantico settentrionale, dell’austromerluzzo, della cernia, dei lutianidi, del pesce specchio, delle capasante, che costituiscono la sporca dozzina della pesca mondiale, e poi del pesce spada, degli squali, della sogliola … Il pesce che non si guarda mai negli occhi, che non si riconosce e di cui si consuma noncuranti la carne bianca e magra, l'alimento giusto, sano ed alla moda. Il paradosso più sapido del libro è quello che riguarda il panino Filet-O-Fish® di mcdonald's, che –gusto e calorie a parte, e scordandosi di ogni accezione meno che caricaturale di filetto- costituisce uno dei modi più ecosostenibili di mangiare pesce globalmente.
Prima di partire per londra avevo appena letto meraviglie della cucina del sud est asiatico ne “il viaggio di un cuoco” di anthony bourdain. Con curiosità quindi, mancando di ogni esperienza di cibo orientale diverso da quelli cinesi e nipponici, ero sabato sera davanti al nuovissimo “busaba eathai” di store street, girato l'angolo di tottenham court road ( locale di alan yau, quello degli wagamama e di hakkasan. Busaba è un fiore thailandese, eathai la fusione di eat e di thai ). Fila obbligatoria perché non sono accettate le prenotazioni: nel frattempo si può scegliere accuratamente cosa mangiare sul display interattivo all’esterno ( molto comodo e nuovo con ricerca per insalate, noodle e soup, rice, curry, wok, side, etc. ed evidenziazione dei piatti veg e speziati ). Il caposala gentile tiene su di morale la fila ( comunque molto rapida per il vivace turnover ) con frequenti euforiche apparizioni condite di “fantastic”. Il locale è moderno-etnico-chic, in legno scuro floor-to-ceiling con grandi tavoli quadrati da dodici dove ci si accomoda insieme ad altri avventori sotto bianchi lampadari cilindrici dalla luce calda. Atmosfera informale ed allegra, sono subito a loro agio anche quelli che, come me, “nonmivadifarelafila”, “nonmipiacestarealtavoloconestranei”. Servizio velocissimo ed attento. E' qui che cambia la mia concezione della cucina orientale: dopo un gustoso phad thai, soprattutto con il meraviglioso pat king talay ( capesante, gamberetti, calamaretti -tutti freschissimi!- con zenzero , pepe thai e peperoncino, passati velocemente nel wok : mangerei solo questo per settimane ), ma anche altre cose che ho visto ed annusato sul mio tavolo, preferibilmente a base di pesce e vegetali. Bevo innocua birra thai ( si può scegliere tra una ventina di vini italiani, cileni e francesi anche al bicchiere, tra cui spicca un montepulciano d’abruzzo umani ronchi ), pentendomene per non aver più tardi saputo come concludere mancando qualcosa qualificabile come dessert. La prossima volta berrò lemongrass tea o succhi, di cui c’è buona scelta ( mix a base di frutta esotica e non ), sfruttabili anche per non condividere con gli indigeni un alito che altrove garantirebbe la morte civile. Qui comunque non ci fanno alcun caso, utilizzando busaba come sano esordio etnochic di una serata ad alto tenore alcolico. Prezzi, per londra, molto convenienti.
Per una full immersion politica, di ritorno dal lavoro sono dal mio amico salumiere comunista, candidato alle regionali per il prc. Non è proprio nella mia città e ci vado di solito per rimpolpare la scorta di cioccolato rizza di modica o di generi calabresi. Un tempo ci passavo anche per la pasta di gragnano e per la treccia di bufala campana, roba che ora –anche se da lui è ancora proposta con un’aura esotica ed avventurosa- è all’ordine del giorno e trovo anche nel supermercato sotto casa mia. Piero è un patito della gastronomia engagée, per cui la sua bottega trabocca di prodotti del mercato equo e solidale e di pasta dei campi confiscati alla mafia. Alcuni generi poi sono, ai suoi occhi, ex se politicamente corretti, come le delicatessen calabresi al peperoncino ( chissà perché ) ed il cioccolato di modica. Quanto a quest’ultimo, sospetto che la ragione sia nell’esserne stato ghiotto leonardo sciascia ( appena tocco l’argomento, infatti, lui tira fuori il ritaglio di un’intervista con lo scrittore ) e, nel contempo, nella vantata ascendenza diretta –per parte della Conquista e poi dell’occupazione spagnola della contea di modica- dell’azteco xocòatl ( ecco, quindi, perché quasi a fianco ci sono i sacchetti di mediocre zucchero di canna equo-solidale guatemalteco ). Appena mi vede, mi prepara subito un panino con la mortadella o il lardo di colonnata ( consuetudine che, ad ora di aperitivo, richiede un appetito micidiale per non trincerarsi poi, a tavola, dietro scuse imbarazzate ) e mi aggiorna sulle vicende della campagna elettorale. Ieri è andato vicino ad incatenarsi ad un termosifone del comune per protesta contro il ferino attacchinaggio abusivo della CdL ed oggi appena chiude il negozio distribuisce cassette di vino “per vendola” da lui assemblate per autofinanziamento. Lamenta che i candidati ds non portano il candidato presidente illudendosi di catturare voti moderati oscurando vendola, che comunque nell’ultima serie di manifesti ha attenuato i toni proponendosi in compagnia della madre invece che –come nei primi improvvidi posters, ovunque coperti da quelli del centrodestra- con sguardo duro, maglietta attillata di jersey grigio e le scritte ironiche “sovversivo”, “terrorista”, “estremista”.
Mentre lo ascolto faccio il pieno delle piccole tavolette del delizioso e polveroso cioccolato siciliano puro, al peperoncino ed alla cannella; poi prendo una piccola soppressata di latronico e termino la mia spesa. Mi diverte questo continuo alternare la politica e il cibo: all’inizio mi imbarazza sempre interromperlo con prosaiche richieste, poi la naturalezza dell’accostamento appare evidente. Certo che lui, con il grembiule e dietro il bancone, acquisisce un’autorevolezza assoluta, come non fosse possibile contraddirlo. Io, in quella salumeria, ammutolisco e mi tramuto nel solito avventore sornione che ascolta silenzioso i racconti di piero e finisce col dargli sempre ragione.
La foschia nasconde l’orizzonte ed affronto il rovi sotto il cielo bianco, munito di grosse forbici per potare le siepi. Ogni specchia di cui è costellato il terreno è circondata da una fitta macchia di rovo, biancospino e rosa canina. Il nostro obiettivo è di eliminare il primo, fortemente infestante e coprente, preservando gli altri. In perfetta simbiosi formano però una efficace barriera, vincere la quale lascerà evidenti segni sul mio corpo nonostante guanti e jeans pesanti. Mentre taglio centinaia di piante cresce la stima per il rovo: mette radici nella terra e poi –a volte metri più su- l’estremità del ramo si radica a sua volta nel cumulo di pietre formando un arco temibile come il filo spinato: ne trovo infilati in una cavità di un sasso, prodigiosamente radicati.
Mi riprometto di piantarli lungo i muri perimetrali del fondo come economici ed ecologici offendicula antintrusione.
Leggerò poi su internet che da qualche parte fanno infusi con le foglie, focaccia con i germogli ed una purea con le radici. Si viene presi da una sorta di frenesia, tagliare i rovi procura lo strano piacere che sempre si prova a mettere ordine o gettare le cose inutili, ed è difficile smettere. Dal groviglio di rami spinosi emergono piccoli lecci e fragni. Dopo solo tre ore di lavoro siamo distrutti, uno spuntino di emmentaler ed insalata e poi un lungo sonno pomeridiano. Indolenziti dappertutto, andiamo a cena in un piccolo ristorante di un paese a pochi chilometri: compare, buonissimo, un piatto di grano mantecato con il caciocavallo podolico fresco e scaglie di un misterioso tartufo locale. Il boss del ristorante mi mostra i piccoli ed inediti tartufi pugliesi, bianchi e neri, guardandosi intorno come si trattasse di gioielli. Pare che li trovino ultimamente vicino alle radici dei lecci, non si sa come facciano. Condivido la sua circospezione: penso con terrore a quello che succederebbe se, oltre che di funghetti poverelli, di asparagi selvatici e di storni, avessi in giro per la campagna anche gente a caccia di tuberi rari. Si chiacchiera del primitivo di manduria Attanasio che beviamo, sconcertante. E’ proprio come quello di tanti anni fa a casa di mio nonno: lui, da buon tarantino verace, lo beveva su tutto, anche sui frutti di mare crudi, noci, ostriche, cozze nere e pelose, datteri, che sapeva aprire come nessuno. Niente a che vedere con la vulgata corrente simil-zinfandel di primitivo, frutto di barrique e della ricetta di pochi enologi, sempre i soliti. Tinge il bicchiere, dolciastro: ovviamente piace molto alla mia adorabile accompagnatrice, non a me che ne apprezzo la naturalezza e l'approccio filologico, tutto qui.
Pochi hanno avuto il coraggio di assaggiare Marmite, un salutare e repellente estratto di lievito di antica ricetta ( ottenuto da residui di lavorazione della birra ) e buon successo nel regno unito -dove viene spalmato anche sul pane come una gustosa crema- ma sconosciuto all'estero. Ricorda un pò l'estratto di carne liebig, che ho assaggiato da bambino restandone disgustato. Recentemente è comparso uno spot pubblicitario che sta destando polemiche perchè i bimbi inglesi, a quanto si dice, lo detestano e ne rimangono traumatizzati. Si tratta di un remake della scena madre del famoso The Blob, film americano degli anni cinquanta. A parte le facili suggestioni scatologiche e le riflessioni politiche in cui qualcuno potrebbe dottamente esercitarsi ( magari prendendo le mosse dal clima di guerra fredda in cui fu concepito il film sino a richiamare l'odierno slogan della Marmite "You Either Love it or Hate it!"), è evidente l'attuale voga delle pubblicità retro, buon esempio delle quali è la canzoncina-tormentone radiofonico de Il Riformista.
Ad un certo punto è urgente arrivare alla meta. A dispetto di ogni contrario proponimento e della decantazione in atto, la conversazione nell’auto degli amici finisce sull’iraq. Pur avendo da poco acquistato, come ogni sabato, la mia ghiotta ed immancabile copia di Alias odorosa di petrolio, al solito il ruolo impopolare di critico del mainstream sull’accoppiata manifesto-sismi tocca a me. La discussione, preso atto dell’inconciliabilità delle posizioni e quindi nel supremo interesse conviviale, si sopisce all’ingresso del ristorante, nel mare di olivi della campagna tra Andria e Canosa. Antica terra di latifondo, a parte il vicino castello federiciano non è quello che si dice un posto turistico. Siamo in un silenzioso ed anonimo borgo agricolo, Montegrosso, poche case della più seriale architettura colonica, a suo tempo frutto dell’assegnazione di terreni del feudo a veterani di guerra. Anche l'edificio del ristorante non potrebbe essere più anonimo. Il pranzo è però emozionante: la cucina pugliese è pressoché vegetariana, ricca di mille modi per preparare in modo appetitoso le erbe stagionali di campo, ma la relativa sapienza si è estinta nei menu dei ristoranti, sopraffatta -in tempi di vacche grasse- da carne, pesce e ricorrenti banalità. Qui invece la si trova comme il faut e quindi lo sparuto avventore vegetariano, formalmente ignorato ma con a disposizione una carta di nove primi su dieci privi di carne o pesce, mangia molto meglio che al centro di Milano in qualche locale esoso e fighetto. Ordiniamo genericamente l’antipasto ed inizia dalla cucina un via vai di piattini di cosette appetitose, calde e fredde, che cambiano di continuo secondo la stagione. La titolare dall’aria strapazzata è cordiale e loquace, e nonostante il locale pieno risponde volentieri alle domande su sponzali, cicoriette di campo, lampascioni, sivoni e gli altri vegetali amari che stiamo mangiando. Va in cucina e torna mostrandoci altre erbe strane che si trovano solo da queste parti e di cui dimentico subito il nome in dialetto andriese. D’estate ed a fine d’anno, quando gli altri locali pugliesi fanno i grandi soldi, loro chiudono e se ne vanno in vacanza ai tropici. Quest’anno -salvi per miracolo dallo tsunami, che li ha sorpresi alle Maldive- ristuttureranno il locale e ridurranno addirittura i tavoli. I prezzi sono contenuti, per questo la lista d’attesa è di settimane, tra pellegrinaggi di delegazioni regionali arcigola e tavolate di politici di entrambi gli schieramenti ( per una volta senza clientes ma che vengono ad aggiustarsi lo stomaco dopo troppi pranzi elettorali ). Fianco a fianco mangiano di gusto vegetariani integrali e carnivori efferati che ordinano braciole d’asino, costata di mucca podolica ( magnifica ), interiora d’agnello ripiene. Persino l’insalata è memorabile, intensamente profumata com’è di prato ed a base di piante tomentose.
Un giorno abbiamo prolungato la solita passeggiata sulla sponda sud del Tamigi, così cara per l'atmosfera maledetta che aleggia a Southwark appena dietro gli angoli più frequentati ( la Bankside station ora Tate Modern, il Globe, l'Anchor ), diretti al Design Museum. 
Niente di particolare quest'ultimo, solo divertente per i maniaci ( come il sottoscritto ) degli oggetti: architettura modernista un pò noiosetta, interni gelidi nell'all white di rigore, cafeteria tristanzuola allietata però da bellissimi bimbi scatenati.
Il bello della camminata era altro: appena prima del museo, lo splendido edificio Butlers Wharf, sede un tempo di fervidi warehouses ed oggi di residences, negozi, bars, ristoranti. Nello stesso, proprio all'altezza del Tower Bridge ( che ogni volta trovo, nella sua mole spropositata di parodia supergotica, oltraggioso verso The Tower retrostante, cui si fa preferire come sfondo per le foto dei turisti, che regolarmente ti fermano con la richiesta di uno scatto ) e sull'imbarcadero, uno a fianco all'altro, tre ristoranti disegnati da Sir Terence Conran ( quello della ristrutturazione chic del Bibendum ): Cantina del Ponte, Le Pont de la Tour e The Butlers Wharf Chop House. Nel terzo trovo praticamente il mio ideale di ristorante londinese.
Grande successo riscuotono vini novelli stucchevoli ed approssimativi, bevuti indiscriminatamente all'insegna del fruttato e floreale, senza cura per gli abbinamenti ed intesi come risolutivo passepartout.
Non ricordo di avere mai notato un simile abisso tra reale comprensione del vino e millanteria indotta dalla crescente moda del bere bene che impone maschio savoir faire nella scelta della bottiglia.
In enoteca sabato sera per acquistare una bottiglia da portare in casa di amici, tenendomi alla larga dal vino nuovo vedo una coppia all-Fay girare perplessa tra gli stracarichi scaffali. Esamina di tutto, compresi champagne, vini da dessert, cognac e grappe senza soffermarsi su alcunchè in particolare: lui propone “prendiamo un novello?”. Riprendono il giro, questa volta includendo i whisky. Lui insiste “che dici, prendiamo un novello”, ma senza andare dalla parte giusta del negozio. Un commesso si avvicina discreto offrendo consulenza che lui pensoso rifiuta ignorando il di lei sguardo preoccupato ed ormai supplichevole. Mentre mi dirigo verso la cassa li incontro ancora a mani vuote: lui, infine risoluto, decreta “dài, prendiamo un novello”.
Troppo lontane le mostre nelle città d’arte e solo una domenica a disposizione. Si salta in auto e si va in Cappadocia: un quarto d’ora e siamo sulla s.s. 106 Taranto-Reggio Calabria, sino a Metaponto dove imbocchiamo la statale Basentana addentrandoci in Basilicata. Si disperde piano la nebbia ed è l’ottobrata in cui confidavamo.
Ad un tratto la valle del Basento prende l’aspetto di una valle alpina con lo stupore di creste aguzze che emergono dalla foschia come dolomitiche. Dopo l’uscita per Albano di L. la stretta strada sale rapidamente per un bosco luminoso di roverelle. Il cielo è percorso da rapaci sullo sfondo delle vette che si rivelano ora molto meno alte di quanto parevano da fondovalle come in un gioco prospettico. Entriamo in Castelmezzano, comune del Parco Regionale di Gallipoli Cognato e delle Piccole Dolomiti Lucane. Le creste, che fanno corolla intorno al paese e sono tutte raggiungibili con brevi scarpinate, rivelano strane forme erose dagli agenti atmosferici nell’arenaria: più che dolomiti in miniatura sono guglie orientali, Cappadocia quindi, friabili come ci dice la gente che presagisce la scomparsa delle somiglianze fantastiche nei secoli intraviste nella roccia, prima tra tutte quella, di becco di civetta, da cui prende il nome il nostro ristorante. Le trovano a pezzettini sulla strada che dalla basentana conduce al paese, che non di rado per questo motivo è chiusa. Il tempo di asciugarci della prima sudata frutto della breve salita sino ad una ‘vetta’ e siamo al tavolo prenotato: pare siano la migliore tavola della regione e riaprono stamattina dopo il periodo di riposo.

Mi sta succedendo sempre più spesso di dover spendere un bel pò di quattrini per ritrovare in definitiva sapori semplici e scomparsi. Oggi, per esempio, ho mangiato il Gelato al cucchiaio Gran cru di cioccolato con scaglie di cioccolato fondente, de Le Tre Marie. Dietro il nome altisonante e l'apparenza snob si nasconde -al prezzo non economico di 4 euro per 350 g.- nient'altro che un buon gelato al cioccolato fondente con lo stesso bel saporino che ricordo nella coppetta che sbranavo da piccolo. Ormai i buoni gelati al cioccolato si aggirano in semiclandestinità ed a volte s'inabissano per scomparire del tutto poco dopo essere stati scoperti e senza dar neanche il tempo di una scorta. Altri conservano il nome e cambiano anima, riservando pessime sorprese. Dòminano gelatazzi stucchevoli alla Haagen Dazs, ripieni melensi e coperture spesse di cioccolato dolciastro: cocente fu il disamore per i Bomboniera Algida ( marchio per me sinonimo di buon gelato da comprare alla svelta al supermercato ) che persero d'un tratto l'ottimo rivestimento sottile e croccante di cacao amaro per il solito lastrone insignificante alla Magnum ( odiato gelato da passeggio "moderno" ). Della dipartita di quei bonbon è rimasta la ( passabile ) Viennetta, loro esito catastrofico con la sfoglia di cacao magro inglobata e sommersa ed il conseguente squilibrio gustativo tra panna e cioccolato, secondo me.
is my blog burning?
E' calata la temperatura appena in tempo per la preparazione dell'intingolo estivo per Is My Blog Burning, prima edizione italiana.
Servono dei peperoni verdi cornaletti, alcuni pomodorini maturi, aglio, un pò di peperoncino, olio d'oliva extravergine, due-tre foglie di basilico fresco, sale. Lavati ed asciugati i cornaletti, si friggono nell'olio extravergine: so che molti propugnano e che sono alla moda olii più leggeri, ma qui si usa quello di oliva che è molto più saporito e -pare- salutare, ed io lo preferisco.

Un conto è mangiare di gusto o parlare di cucina, un conto è misurarsi ai fornelli. Ne so qualcosa io che non perdo un numero di Gambero Rosso e ne seguo anche la tv, mascherando la mia insipienza culinaria con gli accostamenti cibi e vini.
Temo che i tipi come me siano i più nella blogosfera, al di là della nicchia dei blog gourmand. Is My Blog Burning è alla sua sesta edizione, ma ora parte la prima in lingua italiana, ad iniziativa di Comida De Mama, diario italiano ad Amsterdam, dove si possono leggere il post di lancio ed il regolamento.
Se la temperatura dalle mie parti ( 40° ieri ) scenderà prima del 20 luglio, dies ad quem dell'iniziativa, vi toccherà leggere di una salsa od una cremetta made by myself.
Non so se avrò il coraggio di pubblicarne la foto, anche se secondo me è quasi doveroso. Non è difficile prevedere che sarà qualcosa di molto semplice e mediterraneo con corolla di chiacchiere, millanterie ed ottimo vino, nello stile del personaggio. Buon lavoro !
Il comune viaggiatore non capita in Farrington Road. Nella lunga strada londinese ad est di Bloomsbury ed a nord della City fino a pochi anni fa non c’erano neanche bei negozi , piena come era di pulitori di argenti e commercianti di articoli per la stampa. Lì nel 1917 Virginia Woolf ed il marito andarono a comprare il torchio per quella che sarebbe stata Hogarth Press: uno di quei posti un po’ grigi e niente affatto attraenti che fanno il fascino delle grandi città del nord, in cui respiro odori per nulla turistici. Una zona, Clerkenwell, che parla ancor oggi di lavoro sodo e sta appena cominciando a vedere i suoi loft contesi dalla gente che può, se ne intende e ne impazzisce, i ristoranti giusti, i locali alla moda. 
Quel tardo pomeriggio ( è come inevitabilmente io avverto e chiamo la prima sera a queste latitudini, stranito meridionale nella luce opalescente ed ‘innaturale’ del tramonto lunghissimo, confuso dagli esotici orari dei pasti ) avevo litigato con lei e percorrevamo immusoniti, con i nostri amici pazienti, la lunga strada diretti verso la cena. Ecco la sede del Guardian, la prima 'cosa di sinistra', e subito dopo, quasi di fronte, la seconda, Quality Chop House. Il ristorante è bellissimo, l’edificio e sopratutto l’ingresso di vetro e piombo hanno conservato miracolosamente l’originario aspetto ( 1869 ) di un ristoro per lavoratori vittoriani, campeggiando l’originale scritta “Progressive Working-class Caterer”. Lì pare abbia mangiato Karl Marx quando menava le giornate come topo di biblioteca al British Museum, niente affatto convinto di una prossima rivoluzione ma certo del picnic domenicale a base di pollo con la famiglia su a Hampsted Heath. Oggi è la ‘canteen’ favorita dai giornalisti del vicino Guardian. L’interno è luminoso per essere ottocentesco, con pavimento a quadri bianchi-neri e tavoli e panche scuri. Il servizio cortese ed informale. Sui tavoli, apparecchiati spartanamente, campeggiano i classici condimenti inglesi ( mostarda Colman’s, HP sauce, tomato ketchup Heinz ed aceto Sarson’s) che alludono ad un pasto rustico. In realtà la lista -di impostazione assai conservatrice- è un perfetto ibrido, comprendendo specialità cockney ( sausage and mash, oppure black pudding ), francesi e russe. Ecco la spiegazione delle discordanti opinioni sul costo del locale, normale per alcuni, elevato per altri. Se questi ultimi si lanciano su roba da 40 pounds come l’antipasto di caviale Sevruga and blinis, o sugli Chateaux che figurano sulla lista dei vini, imputent sibi: i costi non sono comunque tra i più cheap, e sono allineati agli standards cittadini. A questo punto avrei potuto recensire il cibo, se non avessi voluto esser coerente col broncio di cui sopra e mestamente ordinato, con buffo autolesionismo, una steak con abbondanti chips. Avrei, in condizioni normali, cenato piuttosto con le cose che il luogo e le circostanze mi suggerivano, e cioè jellied eels, oppure gli eponimi lamb chops, o meglio i potted shrimps ( gamberetti conservati nel burro, visti su bbcworld e per me da allora mitici ed introvabili).
Certamente, per menu e conto, Quality Chop House non è più vicino alle origini di “progressive working class caterer” di quanto non sia Blair alla tradizione Labour.
Durante le lunghe passeggiate romane nella zona di campo Marzio, qualche giorno fa, in via dei Prefetti ho notato l'insegna "Mozzarella Bar".
Ad una fugace occhiata il locale, di recente apertura, si presentava freddo ed elegante, luci brillanti, frequentazione sparuta e fighetta. Un'immediata istintiva antipatia e, senza farci troppo caso, la passeggiata è proseguita.
Poi un post di GiallodiVino me lo ha ricordato, e la lettura della intervista ad uno dei due 'manager' boss del locale, esemplare nel suo genere, mi ha fornito le ragioni di quell'antipatia.
"Roma, nel tentativo di somigliare a Londra e a New York, sta diventando Milano", ha scritto un altro blogger.
La gratuità e la tristezza dell'intitolazione dell'esercizio e lo stracco inserimento della mozzarella al posto dell'ostrica o del sushi trovano riscontro nella debolezza del programma gastronomico di posti del genere. La risibile vanteria di offrire quotidianamente un 'prodotto fresco' fa il paio con accostamenti assurdi o pretenziosi come il salmone selvaggio, il salame di cinta senese, il culatello di zibello, manco a dirlo accanto all'onnipresente rucola.
Come non ricordare la festosa treccia di mozzarella servita da sola e con semplicità a Massalubrense, a conclusione di un lauto pranzo, a mò di esordio del dessert : cosa di più lontano dalla sua parodia nella scostante boutique romana, accanto a fette così autorevoli e per la bellezza di 20 euro ? 
( In tempi di celebrazione della dieta mediterranea, la mozzarella è all'estero ancora un oggetto misterioso: divertente è quello che è successo a Clotilde Dusoulier quando, qualche tempo fa, lanciò un quiz sul suo blog chiedendo ai lettori cosa fosse quell'ufo raffigurato proprio nella foto accanto.
Tra le risposte, quasi tutte sbagliate, testualmente:
"...garlic, challah, yogurt brain, a mushroom, a turtle, a breast implant, popcorn, a litchee or other tropical fruit, the globe of an eye, a bag of risen dough, a Ferran Adrià creation, knotted intestine, asparagus, cauliflower, a set of three buttocks, an albino chipmunk, a turkey, a new kind of edible plastic, a mutant squash...." ).
Come cucinarli? Un classico è il risotto, che assume un particolare gusto amarognolo da non banalizzare sommergendolo di parmigiano. Il sapore, tuttavia, non è abbastanza concentrato: io preferisco di gran lunga farci un'omelette. Qui il sapore dell'asparago selvatico rimane racchiuso ed esaltato: è un piatto buonissimo, rapido e raffinato. Mi è capitato di mangiarlo con dei cardi selvatici al forno, alla maniera pugliese, per contorno: da leccarsi le dita. Ovviamente ci si beve su un vino bianco secco, giovane e leggero ( io ho azzardato, con successo, anche una bière blanche). Beh, è andata: ho fatto il mio primo post gastronomico. Ero un pò emozionato, la prossima volta andrà meglio.
Negli ultimi giorni gli asparagi selvatici sono stati quasi la base della mia dieta. Non sono bravo a coglierli: è facile nel bosco, o lungo una stradella, riconoscere la pianta, che sembra una specie di piccolo rosmarino spinoso verde chiaro, ma ci vuole un certo occhio a distinguere gli asparagi, che sono molto più sottili di quelli coltivati e, più scuri, spiccano meno. Per fortuna mia moglie è molto più brava di me ed in due basta mezz'ora a coglierne a sufficienza per la cena.
Ogni volta a Parigi, i sempre innamorati ed euforici turisti italiani, dopo pensose letture e lunghi conciliaboli davanti agli ingressi dei bistrot, sciamano verso posti dove si mangia maluccio, intimiditi dai prezzi delle tavole più rinomate e confusi dai loro ostici e pretenziosi menu, timorosi degli eccessi della nouvelle cuisine e terrorizzati dall'ardoise ( l'odiata lavagna che il cameriere ti trasporta al tavolo con su i plats du jour, donde scegliere in tempi ristretti ed esposti al pubblico ludibrio ), disinformate e predestinate vittime del famigerato indirizzo 'buono' di altrui precedenti viaggi. Il bellissimo blog di Clotilde Dusoulier, Chocolate & Zucchini, di cui ho già detto ( in Radioandorra, 7 marzo ), scriveva recentemente di un ristorante, L'Avant Goût ( 26, rue Bobillot, 13me, vicino a Butte-aux-Cailles, metro Place d'Italie ) e del suo fantastico menu a 27 euro. Lì anche i turisti, tradizionale carne da cannone delle cucine parigine, possono come in un sogno conquistare pari dignità con gli indigeni, solo sottomettendosi allo sforzo della prenotazione e di spostarsi di arrondissement. Sui piatti, rinvio al post di Dusoulier. Aggiungo solo quanto segue : Cristophe Beaufront, lo chef, ha come programma proprio la sintesi di grande cucina e prezzi ridotti. Da anni vanta un incredibile menu a 12 (!) euro, caffè e vino compresi e non si vergogna di assicurare un servizio take away. Ovviamente, il viaggiatore "mordi-e-fuggi" come me -voucher Volareweb in tasca- qui è bene prenoti prima di muoversi da casa e non solo dall'albergo, se vuole sfuggire al suo destino di banalità pagate a caro prezzo, ancorchè poi mitizzate e decantate. Giuro, quest'altra volta non mi fregano più con la soupe à l'oignon, la crême brulèe ed il cameriere confidenziale. 


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