milton

30/01/2006
munich

Uscendo dal cinema dopo aver visto Munich di Spielberg molti spettatori tornano, per così dire, bambini iniziando a discutere nei dettagli di merito degli eventi narrati in una fiction certamente avvincente come se fossero interamente veri. Gli altri ( giovani che non ricordano fatti avvenuti 34 anni fa e loro genitori ignoranti o di corta memoria ) sono fuorviati dal plateale e ridicolo flashback finale con la sequenza del massacro nel 1972 degli atleti israeliani all’aeroporto di Monaco alternata ad un furibondo amplesso con la moglie del protagonista Avner, che schizza sudore come acqua di mare un labrador bagnato appena raggiunta la spiaggia. Le twin towers nell’inquadratura finale sembrano voler suggerire chissà quale profonda riflessione ad un pubblico confuso che cerca solo di capire se c’è un fotomontaggio digitale o cosa. In sala nessuna reazione alla vista del macello degli inermi ostaggi israeliani, la prima simpatia è per un dirigente palestinese coinvolto con i terroristi di Settembre Nero, ucciso dagli agenti del Mossad dinanzi ad un ascensore con la sportina della spesa in mano ( “bastardi”, sibila una ragazza, il fuoco ebraico chiama immediata indignazione ).  A Spielberg viene rimproverata come minimo ambiguità per un film che forse è meglio guardare come una spy story e basta, nonostante le goffe inframmettenze di dialoghi seriosi. Io comunque non mi annoio un attimo e le quasi tre ore volano: gli attori sono tutti molto convincenti, ma la sceneggiatura è prevedibile, le ambientazioni ( a Parigi, Londra, New York, etc. ) trite ed a volte ridicole ( è possibile pensare ad una riunione di spie, con scambio di ingrandimenti fotografici di possibili obiettivi, sedute nel dehors di un bistrot parigino nell’animazione di un incrocio? ). Hollywood, anche quando vorrebbe dimostrare che sa fare film impegnati dalla parvenza snob, è soprattutto entertainment e non è il caso di scaldarsi tanto a discutere, all’una di notte, su vendetta, giustizia, patria e terrorismo. In linea di massima, tra gli spettatori “politici” restano delusi quelli più engagèe sugli opposti versanti filoisraeliano e filopalestinese, ed invece moderatamente appagati gli eternamente perplessi dall’occhio umido, quelli che “violenza chiama violenza”, "odio chiama odio", ai quali piacque quel documentario edificante di qualche anno fa sulla partita di pallone tra ragazzini ebrei ed arabi.

00:16 | cinema | # | commenti (8)

28/09/2005
1961



( link )

16:43 | varie, musica, cinema, internet | # | commenti (2)

27/04/2005
disturbo della quiete pubblica

photo by katja stuke, from "my personal hitchcock" seriesLa notte scorsa riprendevo all’incirca dalla metà la lettura di Disturbo della quiete pubblica, di richard yates. Come perfetta colonna sonora One Quiet Night, album di sola chitarra di pat metheny.  Inevitabile la delusione rispetto a Revolutionary Road, gli wilder non sono i wheeler, è proprio nella parte centrale che manca la presa del capolavoro, la lettura si era fatta lenta e svogliata. Ad un certo punto, verso l’una, il romanzo comincia a sedurre evolvendo verso il dramma, proprio nel modo di yates. Il libro è durissimo, l’autore si è radicalizzato dai tempi di revolutionary road, la mediocrità ed il velleitarismo modernissimi e non ancora massificati dei protagonisti conducono direttamente all'ospedale psichiatrico, l’amore e la famiglia sono solo un fantasma sullo sfondo. Mi chiedo cosa c'entri questo gigante realista degli uncertain times americani con certa robetta minimalista di cui è stato descritto come il padre fondatore, e mi compiaccio per il mio recente abbandono della lettura insopportabile di un barthelme e di un palahniuk. Benché i personaggi siano meno scolpiti che nel capolavoro, la comicità involontaria sia pressoché assente e di rimando il coinvolgimento sia inferiore, il libro affascina sino alla tragica fine, nonostante si sia fatta notte fonda. L'indomani, su amazon, ordino dello stesso autore l'indispensabile The Easter Parade: perché aspettarne la prima edizione italiana che certo minimum fax starà preparando, auspicabile sua prossima mossa? Poi, su internet, guardo le foto di Katja Stuke: fa quello cui non avevo pensato quando ho comprato il dvd di North by Northwest ( Intrigo Internazionale ) e che adesso magari farò. Fotografare sequenze dei film di hitchcock, facendo in definitiva proprio il gioco del regista con lo stoppare le azioni e dettagliare i particolari. Trovo bellissime queste immagini: nè potrebbe essere altrimenti, piacendomi tutto di quei film, ad iniziare dai colori.

01:34 | libri, cinema, fotografia | # | commenti (6)

23/01/2005
loach patinato

Visto iersera l'ultimo di Ken Loach, Un bacio appassionato (Ae Fond Kiss).
Non è certo il capolavoro del regista, l'ho trovato prevedibile e ( novità per Loach ) patinato. E' un fatto, comunque, che da queste parti sia una delle pochissime cose decenti da vedere al cinema nel periodo.

Mai come in questa occasione si pone drammaticamente il problema del doppiaggio: il film ne è sfregiato, al posto del ricco sonoro originale in inglese-scozzese-punjabi ci ritroviamo un papà pachistano che sembra Peter Sellers in Hollywood Party. 

Sono uscito con la netta impressione che le riserve della critica siano derivate, più che dai molti difetti del film, dal più classico degli happy end. In altri termini, chi perdona ogni melensa retorica e vieta maniera alle produzioni hollywoodiane stronca il cinema europeo impegnato ai primi sintomi di ammorbidimento.
 

11:03 | cinema | # | commenti (7)

09/10/2004
lavorare con lentezza

Visto stasera al cinema "Lavorare con lentezza" di Guido Chiesa.
Non che vi cercassi spunti di seria riflessione su fatti di ormai quasi trent'anni fa e neppure esplosioni di creatività come prometteva il solito Bifo ( che non mi fregava ai suoi bei tempi, figuriamoci ora ), ma mi chiedo se è possibile che molti registi italiani continuino perlopiù a girare film che paiono spot pubblicitari.
La storia -scritta da Wu Ming ( autori ad occhio e croce oggi piuttosto sopravvalutati ) e dallo stesso Chiesa- dei due ragazzi che si accorgono del flebile segnale di Radio Alice scavando un tunnel nelle fogne per svaligiare una banca mi sembra fragile e pretestuosa, la ricostruzione dell'ambiente ed i personaggi superficiali e di maniera. A
questo punto, specie alla luce della vulgata bertolucciana, mi sembra controproducente per qualunque 45/50enne che abbia avuto parte politica in quegli anni dire la verità, tentando di negare di avere fatto altro che oziare e chiacchierare allegramente tra una scopata ed una canna, pena una generale perdita di credibilità e/o stima. I carabinieri sono dei babbioni da barzelletta, impomatati come legionari spagnoli, le femministe sempre a criticare, i proletari sempre incazzati, frustrati e maschilisti. La violenza appare come un capriccio imperscrutabile di un dio offeso: d'improvviso tutti sparano e scassano come mossi dal Fato, e sono le uniche sequenze apprezzabili da un punto di vista solo tecnico.



02:04 | cinema | # | commenti (15)

07/09/2004
per un pugno di dollari

Potrà funzionare con i ragazzini, non con me che ho già dato.
Cominciò con la rivalutazione degli spaghetti western e la deificazione di Sergio Leone, autore della inutile deformazione del cinema americano di frontiera in un manierismo caricaturale, brutale e volgare popolato da facce di cuoio senza cuore.
Era il momento adatto, questo con i riflettori puntati sulla mostra del cinema di Venezia, per il rilancio su vasta scala ( prima solo speciali di Alias, massicce riprogrammazioni estive alla tv, ripresa di colonne sonore di Umiliani, stracult televisivi ) del B-movie italiano. ll do di petto pubblicitario sui giornali di ieri, con una smaccata dichiarazione d'amore dell'attuale bocca della verità Quentin Tarantino per il cinema italiano di serie B. Mi sa che questa volta riciccia tutto, non solo Montagnani e Franco e Ciccio, ma pure Alvaro Vitali e Lando Buzzanca, cui quindi la Storia dà clamorosamente ragione con l'osannante tributo al cinema mandrillesco e scorreggione.
L'operazione nostalgia non funzionerà con chi come me ha dovuto dimenticare le sale negli anni di crisi e decadenza -già complicati per l'irreperibilità di pantaloni e camicie che non fossero clowneschi- in cui impazzava questa produzione. Forse -fatti salvi gli eroici Vanzina e Neri Parenti- trovano troppo esangue ed intellettuale il cinema italiano contemporaneo e pensano al grande pubblico della trash tv: per quanto mi riguarda, trovo la cosa deprimente e faccio mio il Nanni Moretti non solo del 'velomeritatealbertosordi', ma di quando in tempi non recenti trasecolava di fronte alle recensioni ( cfr. Manifesto ) sempre benevole verso il cinema americano di cassetta e freddine, se non peggio, verso le pellicole di qualità.




07:19 | cinema | # | commenti (8)

27/05/2004
king-sized millionaire

Quel che rende spesso simpatici gli inglesi è un particolare gusto della trasgressione per cui sono preziosi nelle circostanze in cui il conformismo intellettuale trionfa, come in Francia ed Italia in questo momento.
Così su The Observer, giornale left wing, un
bell'articolo di Andrew Anthony spiega bene Michael Moore, i suoi mezzucci e ed il suo trionfo a Cannes. L'immagine che il "king-sized millionaire" , abilissimo nell'autopromozione prefestivaliera, vuol dare di sè va in frantumi, e riesce tutto sommato penosa anche l'atmosfera del festival francese ( come avevamo sospettato notando il cipiglio fiero ed il tono militante e tranchant della bellissima Laura Morante ).
Sarà pure Moore il nuovo Eisenstein, ma è un fatto che periodicamente l'intellighentzia europea sente gli squilli di fanfara di una chiamata cui non è lecito disobbedire: a quel paese, allora, meriti artistici ed altre menate, deve essere incoronata e promossa l'arte edificante, quella che lotta per il proletariato, la macchina che "kills the fascists" come la chitarra di Woody Guthrie.
E quando si sentono le fanfare, non c'è trippa per gatti. Ed è tempo sprecato ricordare ai nipotini di Sartre le imbarazzanti cotte per Stalin e Mao, o i viaggi innamorati, 30 anni fa, di Jane Fonda ad Hanoi, e le sue recenti scuse.

"The end of the film brought a standing ovation that, observers estimated, lasted somewhere between 12 and 15 minutes, a Cannes record, and possibly unmatched since Stalin's audiences used to continue clapping for mortal fear of being the first person to stop. The applause here, though, was genuine. For the Americans who made up a large section of the audience, this was their first opportunity to stand up straight after the shaming horrors of Abu Ghraib, and for the French, well, there is nothing the French love more than an American criticising America. The following evening on French TV, I watched Moore thank the French people for being 'friends who can tell you the truth to your face'. He might have returned the favour and told the French about their government's appalling role in Rwanda a decade before, but there are limits to truth-telling, even among friends".

15:37 | cinema | # | commenti (5)

14/05/2004
coffee house, 1969

Non so quanti conoscano Internet Archive, un sito secondo me indispensabile che raccoglie, tra molto altro, un gran numero di videoclips di pubblico dominio ( prevalentemente vecchie pellicole industriali ed educative ma non solo, anche video-art contemporanea, etc. ).
Per esempio, le immagini a fianco sono tratte da una pellicola del 1969, di circa 13 minuti, dal titolo "Coffee House Rendezvous", che documenta l'atmosfera di una 'coffee house' americana dell'epoca ( nulla a che vedere con cose odierne tipo Starbucks ) ospitata nel seminterrato di una chiesa e piena di ragazzi ( tutti bianchi, si nota subito...) che suonano e conversano.
"A coffee house is a great idea for kids..." esordisce il documentario.
Molto graziosa ed evocativa la colonna sonora.





15:59 | cinema, internet | # | commenti (4)

05/04/2004
the passion of the christ

Il film splatter di Gibson sulla Passione esce nelle sale italiane senza limiti per i minori. L'Italia si distingue così dagli altri Paesi ( primo tra tutti gli stessi USA ) che ne hanno imposti di severi. Così un tal Varanelli, presidente della nostra Commissione ministeriale:

"Le famiglie sanno benissimo qual è il suo contenuto, quindi deve rimanere nella loro responsablità la decisione di portare o meno i minori a vedere il film. ...Abbiamo valutato che i ragazzi che hanno fatto la prima comunione e che conoscono il Vangelo sanno cosa è stata la Passione. ...Il film di Gibson è la trasposizione esattissima dei Vangeli".

Tutti quelli che sinora hanno visto il film concordano ( oltre che, in molti, sulle sue volgarità ed assoluta vacuità ) sulla incredibile violenza delle sequenze: è un fatto, tuttavia, che ad una tale pia Commissione di censura, come ai vescovi cattolici, il film è piaciuto. Ed infatti, di questi tempi, cosa meglio di un costoso e fiammante remake della vecchia storia degli ebrei deicidi e degli uomini dell'ordine imperiale mondiale loro amorali complici? Con tutti gli ingredienti di un prodotto à la page: le lingue originali, la resa pulp dei particolari ( ma senza rinunziare al Cristo 'figo' di tradizione normanna/medievale, diamine ), così che il messaggio sia tarato sugli spettatori del 2004. Come stupirsi del grande successo in occidente e del vero e proprio entusiasmo nei Paesi arabi?

00:49 | politica, cinema | # | commenti (16)

 

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