Qualche settimana fa, a Francavilla Fontana (Brindisi), mentre entro nella locale sezione del Tribunale, gli altoparlanti su un'automobile bianca priva di simboli e sigle annunciano per l'indomani, proprio dinanzi al tribunale, un pubblico comizio di solidarietà con la "coraggiosa concittadina", "orgoglio dei francavillesi" Clementina Forleo. Ho la netta sensazione che costei, sin dalla sua prima, strana apparizione ad Annozero in cui solidarizzava "troppo" e persino fastidiosamente con De Magistris ( molto più pacato, abbottonato e serio di lei ), pensi ad una clamorosa uscita dalla magistratura con simultanea candidatura elettorale. Cercherò di approfondire sullo strano comitato di solidarietà formatosi a Francavilla; il suo linguaggio ed i toni apparentemente "prepolitici", ma anche gli orientamenti conosciuti della Forleo e persino il genius loci della piccola città, suggeriscono di pensare ad ambienti di centrodestra.
L’ultima del Garante per la Protezione dei dati personali ( relatore Mauro Paissan, già direttore del “Manifesto” e parlamentare dei Verdi, che con la vicepresidenza della Commissione di vigilanza sulla Rai certamente fornì a suo tempo le tranqullizzanti credenziali necessarie al ruolo che dal 2001 ricopre ) ha suscitato giustamente scandalo per il precipitoso intervento a tutela della riservatezza dei personaggi pubblici ed a discapito del diritto all’informazione. In realtà, a ben riflettere, la “privacy” ha da noi avuto sin dal principio un’accezione conservatrice ed antidemocratica, più compressiva di diritti che espansiva degli stessi. Ricordo di avere notato, praticamente subito dopo le prime norme in materia, in un contesto sociale meridionale solitamente torpido nel recepimento di novità legislative, un’accoglienza entusiastica e persino istintiva della nuova problematica, soprattutto tra i burocrati di ogni livello. Pareva non stessero aspettando altro che potere, con le sopracciglia aggrottate ed espressione enigmatica, accampare una formuletta magica ( “per la pràivasi” ) per omettere un adempimento, negare una informazione od una certificazione, risparmiare anche solo un gesto. Negli ultimi anni abbiamo poi assistito ad un'evoluzione della normativa nel senso contrario rispetto a quello che avrei auspicato: invece di conoscere di più del nostro prossimo ( come si dovrebbe in una società in cui, come si dice, si è sempre più interconnessi e i rapporti sono sempre più veloci ) si è incallito un guscio di protezioni che paiono fatte apposta per tutelare i furbi ed i prepotenti ai danni dei più deboli. Mentre nessun serio ostacolo è stato frapposto alle pesanti intromissioni di quelli che si suole chiamare “poteri forti” nelle vite dei cittadini, questi sono stati sepolti da montagne di moduli ed adempimenti inutili e ridicoli, moderna manifestazione della immarcescibile passione nazionale per i barocchismi cartolari e la sistemazione delle scartoffie come surrogato della sostanza delle cose. Gli adempimenti a tutela della privacy sono quindi divenuti parte dell’armamentario esoterico dei consulenti e dell’incomprensibile scadenzario burocratico e, nella loro pletoricità, ulteriore fonte di ingiustizia, incoerenza, contraddittorietà, insincerità nel rapporto tra cittadini ed amministrazione. Io, per esempio, non potrei tenere fascicoli in vista sulla mia scrivania nè ( orrore ) portarne uno a casa per studiarlo la domenica, chè mia moglie potrebbe sbirciare dei nomi nell’intestazione, e ciò mentre invece indiscriminate moltitudini percorrono corridoi di ogni tribunale tappezzati di faldoni su cui spiccano i nomi dei contendenti, od ascoltarne le vicissitudini entrando indisturbati in qualunque aula.
Visto quello che di ipocrita ed inutile la tutela della privacy è divenuta nel “diritto vivente” e nella vita di ogni giorno, non stupisca, quindi, che le menti del suo “Garante” siano politici un tempo rivoluzionari, cresciuti nella camera di compensazione della vigilanza sulla Rai ed oggi disponibili a simili compiacenti provvedimenti.
Poco prima dell'epocale voto al Senato pensavo ad una cosa che aveva detto Cossiga il giorno prima, e cioè che Berlusconi gli aveva telefonato per chiedergli di votare a favore del governo. La solo apparente stravaganza dell'iniziativa si spiega, secondo me, col fatto che verosimilmente B. non salta dalla gioia per la crisi in questo momento, certo com'è che il centrosinstra è molto più bravo a farsi autonomamente del male di quanto non sia lui a farglielo, e non era tutto sommato ancora cotto a puntino ( p.e., la nascita del partito democratico dovrebbe essere il colpo di grazia per il centrosinistra sia ala luce del dato di comune esperienza del fallimento elettorale di quasi tutte le fusioni nella storia politica italiana che per le ulteriori scissioni a carico di ds e margherita che ciò inevitabilmente determinerà, etc. )
Ho visto il servizio di Matteo Bordone su You Tube e non in tv perché non guardo Le Invasioni Barbariche. Se sullo stesso non fosse stato mandato avanti il dibattito sui blog me lo sarei perso, come volentieri gli altri imperdibili contributi di quella trasmissione. Confesso di non capire quale sia la battaglia e lo stesso oggetto del contendere. Da Bordone nessuna analisi e nessuna volontà di farla, solo poche pennellate impressionistiche ed un po’ di birignao alla nannimoretti prima maniera ( prima che diventasse un tipo-così-simpatico-e-alla-mano facendo il karaoke da Fiorello o rispondendo agli ascoltatori con Cotroneo ), cui somiglia anche fisicamente: guardando il servizio non posso reprimere la condivisione integrale degli stati d’animo ( non sono forse fedele ascoltatore di Dispenser? ) ma anche un senso di sottile rammarico per i suoi e ed i miei pensieri in un centro commerciale. Perché mi chiedo se la Parietti non abbia davvero ragione, se quello di Bordone ( ed il mio ) non sia davvero snobismo, giacchè le orribili folle di seguaci del ballerino latinoamericano che si tiene il pacco non sono poi molto diverse dai teneri ed iconici vecchietti che ballavano il liscio alla casa del popolo, nè forse soggiacciono ad una fascinazione molto diversa da quella che irradiavano i mambo ed i calypso degli anni ’50, anch’essi assurti a miti. In studio, Bordone continua a rifare Nanni Moretti d’àntan con la sua interlocutrice fedele, invece, allo stile rissoso ed approssimativo dei talk show. In cui appunto, come in questa circostanza, non si capisce mai quali sia esattamente la vexata quaestio. Ma forse è il segreto per sopravvivere nella tv ( e non solo ) di questi tempi: dibattere senza mai mettere a fuoco, ostracizzare o solidarizzare senza neanche ben capire. I blog ci mettono poi del loro, come se di una vera battaglia si trattasse.
Piuttosto c'è uno spunto delle riflessioni di Bordone sul suo blog che lo meriterebbe davvero, un approfondimento:
"Ormai il recupero del tamarro (quello sì spesso compiaciutissimo e snob) ha sfondato a sinistra. A allora siamo a un punto in cui ti danno dello snob classista se dici che Domenica In è una porcheria, che al Bagaglino ci sono le battute sulle corna e sulle sottane, che Gigi d’Alessio non è molto originale e che non proprio tutte le volte che Lino Banfi ha detto “porcaputtèna!” era un momento di grande cinema. È tutto necessariamente bello. Tutto meraviglioso. Solo dei ricchi, che non si sbaglia mai, si può parlare male".
Spulciando tra i World Press Photo Awards 2007, non riesco a non far caso a strane dimenticanze nei titoli di alcune foto cui fa riscontro la puntuale analiticità di altri. E' il caso dello scarno titolo di questa ( "Public execution of suspected collaborator, Jenin, West Bank, 13 August" ), confrontato con la dovizia di particolari, ad esempio, di questa ( "Paramedics show the dead body of a baby to the press after Israeli bombing of Qana, Lebanon, 30 July ). La prima ( ricordo bene l'evento oggetto della foto, peraltro assai comune nelle zone sottoposte all'Autorità Palestinese ) avrebbe dovuto intitolarsi quantomeno "Pubblico linciaggio di un sospetto collaborazionista con Israele da parte di miliziani palestinesi", etc. Non riesco ad abituarmi a siffatte "strane" reticenze che, sommate le une alle altre, determinano la pubblica opinione con riguardo ai fatti del nostro vicino Oriente. A ciò si aggiunga che il clima di terrore imposto nei Territori da bande armate mafiose palestinesi variamente denominate suggerisce comportamenti molto diversi dei familiari delle vittime a seconda che artefici degli eventi luttuosi siano israeliani o meno: nel primo caso, si assiste a scene come quella di cui all'ultima foto, e cioè a lunghe pose di cadaveri in favore dei flash, pubbliche invettive ed ululati di disperazione sempre a favore di giornalista. In occasione di uno dei normali episodi di "giustizia" palestinese, vale a dire di assassinio senza processo e di pubblico scempio di corpi, non è dato assistere neanche al pianto ed alla pietà dei familiari. Non si comprende se perchè essi preferiscono chiudersi in casa o piuttosto perchè non vengono organizzate conferenze stampa in strada. Qualche indiscreto giornalista può comunque occasionalmente far capolino quando, come nel caso del linciaggio di Jenin sei mesi fa, l'episodio si trasforma in intrattenimento pubblico di centinaia di persone, perlopiù baldi giovani con jeans stone washed e telefonini muniti di fotocamera per immortalare l'evento ( vedi, ancora, qui ). A far vacillare l'immagine dei Territori come luoghi di dignitosa miseria, etc. dove un giovane popolo attende sotto il tallone di un odioso invasore di poter costituire un Paese libero e democratico.
I quarant’anni dalla morte di Ernesto Rossi mi trovano a leggere il suo epistolario 1943/1967 appena edito da Laterza. Lettura ed anniversario quanto mai per me tempestivi, giacchè sono a casa tranquillamente convalescente dopo un non grave intervento chirurgico e le ultime lettere sono di un Rossi ammalato, mentre laicismo ed influenze d’Oltretevere sono temi caldi in questi momenti al pari di quando Rossi scriveva. Con il marcire, nel frattempo, di molti problemi che lo occupavano ( oltre alle particolari attenzioni vaticane, i vizi del ceto imprenditoriale italiano, il trasformismo e la corruzione di quello politico, l’attrazione fatale della sinistra per il sottogoverno, etc. ), balza agli occhi la singolarità della sua figura, non dovuta solo al costituire i radicali come lui ( ai suoi ed ai nostri tempi ) vere mosche bianche nella nostra politica, ma allo stesso suo temperamento. Rossi non era, infatti, solo fervidamente anticomunista, antifascista e laicista ( con rivendicazione orgogliosa del termine, del resto insostituibile dall’odierno anodino, insignificante ed anzi fuorviante “laico” ) ed inflessibile nel suo liberalismo economico e politico, ma del tutto atipico nel quadro della politica italiana. A quarant’anni dalla sua morte sarebbe problematico indicarne gli eredi: mentre, infatti, non è difficile comprendere i motivi della perdurante freddezza nei suoi confronti di quasi tutto l'ambiente politico ed economico, lo stesso Pannella ( l’unico che rivendica continuità con il pensare e l’agìre di Rossi, et pour cause, pur avendo avuto con lui minor sintonia di quanto si creda: emblematico ne è il freddo scambio di missive pubblicate nel recente volume di Laterza) farebbe bene a riflettere e prendere atto del progressivo allontanarsene del partito radicale degli anni ‘70/inizi ’80 e poi dei soggetti radicali a noi contemporanei. Se il primo sarebbe incorso nelle feroci -ed a volte, per la verità, ingenerose e pregiudiziali- critiche che Rossi riservava a chi accettava di percorrere anche solo tratti di strada col PCI, il Pannella dell’epoca successiva -quello della contrapposizione a Mani Pulite gridando al golpe, delle autoconvocazioni dei parlamentari alle sette del mattino e della liason con Craxi e poi con Berlusconi- non avrebbe passato il fine setaccio di Rossi in termini di vigilanza contro il malcostume politico. Ed infatti, mentre i più ( tra i pochi che faranno caso alla ricorrenza ) rievocheranno oggi il Rossi anticlericale, antifascista, anticomunista, liberale e liberista -e lo faranno a buona ragione- a me, cui garbano lidi ancora più deserti, oggi piace ricordare anche il Rossi dell’intransigente lotta ( giudiziaria ma non solo, ancorchè sfortunata ) contro la corruttela politica, il vaniloquio politico-giornalistico e l’aria fritta nazionale ed inter/transnazionale.
L'uso eterodosso del cellulare fatto da Marco Pannella a Caserta non ha stupito affatto chi ricordi trattarsi praticamente dell'inventore del telefono portatile. Moltissimi anni prima dell'esistenza del telefonino, infatti, Pannella si liberava dalla schiavitù del fisso e faceva installare nella propria abitazione dell'epoca una ricetrasmittente con cui si svolgevano via etere i suoi frequenti e perentori collegamenti con Radioradicale. Se, quindi, non siamo esattamente di fronte all'inventore del telefonino, certamente il medium via cavo è sempre stato strettissimo a P. ( come, del resto, quasi tutto ), avendo sempre avuto la percezione di cosa di ben più libero si potesse fare di un vero telefono. Nessuna meraviglia, quindi, per la prontezza e la disinvoltura nell'uso del gadget da parte dell'ultrasettantenne: nel bene e nel male, s'intende, come sa chi abbia ascoltato anche solo una volta il suo torrenziale monologo radiofonico della domenica sera, in cui ossessivo è il continuo arrivo degli sms
-accompagnati dalla molesta e ben nota sequenza di interferenze ai circuiti della radio- al suo telefonino lasciato a pochi centimetri dai microfoni in spregio ad ogni regola tecnica oltre che di ragionevolezza e bon ton. Per deferenza o timore, nessuno osa eccepire alcunchè, proprio come a tutto ciò che promana dal Nostro, dalla nube di catrame nelle riunioni alle intemperanze verbali, alle violazioni statutarie, alle sostituzioni al volo di segretari, etc.
aggiornamento: Beh, qualche ora dopo il post che precede, e cioè domenica sera, qualcuno ha, vividdio, finalmente eccepito qualcosa. Il monologo è stato una volta tanto interrotto: ecco i dieci minuti più "caldi" ed i più lunghi della storia di Radioradicale ( dal minuto 44:45 al 54:40 del video della "Conversazione Settimanale con Marco Pannella" andata in onda nella serata del 14.1.07. In breve, Pannella chiede al direttore di RR di voler estromettere Capezzone dalla rassegna stampa della domenica mattina per affidarla ad elemento più politicamente gradito: Bordin reagisce seccato all'ordine datogli in diretta radiofonica e coram populo, pur rispondendo che se ne può parlare in separata sede ).
Il caso di Piergiorgio Welby ha turbato tutti, ma è stato compreso nei suoi termini giuridici da pochissimi, mentre quasi nessuno ha padroneggiato i concetti coinvolti: sulle tematiche di cui si parla sopratutto a sproposito in questi giorni, e la grande confusione ( interessata e non ) tra termini come "rifiuto di cure", "suicidio assistito", testamento biologico", l'intervento definitivo è quello illuminante di Stefano Rodotà intervistato dalla redazione della trasmissione "Il Maratoneta" di Radio Radicale il 23 dicembre scorso ( questo il link: Rodotà parla dal 35° minuto ). Penso si tratti di un ascolto essenziale.
L'ordinanza del Tribunale di Roma di rigetto del ricorso di Piergiorgio Welby è emblematica della condizione della magistratura italiana in questo momento. Anni di invettive nei confronti di giudici "impegnati" e "politicanti" hanno prodotto il loro effetto, che è quello di rendere per la quasi totalità i magistrati dei burocrati privi di tensione verso il raggiungimento della verità processuale e la tutela dei cittadini ed attenti piuttosto a "mettere a posto le carte", a stare al riparo da critiche, responsabilità ed impicci. In parole molto povere: recita l'ordinanza sul caso Welby che il diritto dei cittadini a non essere sottoposti a trattamenti sanitari contro la loro volontà non sarebbe concretamente tutelato/bile perchè mancano leggi ordinarie che traducano in diritto vivente il dettato del capoverso dell'art. 32 della Costituzione: "Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge". Basti un esempio: sin dagli anni settanta i giudici del lavoro hanno combattuto lo sfruttamento della manodopera ed allineato le retribuzioni facendo applicazione diretta dell'art. 36 della Costituzione, assai più vago dell'art. 32. Esso dice "Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro ed in ogni caso sufficiente ad assicurare a sè e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa".
La genericità di quella norma non ha impedito ad una magistratura motivata verso la tutela dei diritti di imporre a tutti i datori di lavoro il rispetto dei minimi previsti dai contratti collettivi nazionali, prescindendo dall'adesione delle imprese ai sindacati stipulanti e dall'inesistenza di leggi che ne impongano l'osservanza. E' solo un esempio che mi pare eloquente: in materia di diritto di famiglia, dell'ambiente ed in genere in presenza di nuove problematiche sociali alcuni giudici avevano, negli ultimi decenni, cercato forme di tutela anche quando la norma costituzionale non trovava ancora traduzione in adeguate leggi ordinarie. Ora il vento è cambiato: un giudice che si azzardasse ad applicare direttamente la norma costituzionale, anche quando -come in realtà nel caso dell'art. 32- essa è di rara chiarezza e diretta precettività, sarebbe accusato di voler "supplire" alla politica, di travalicare i limiti della giurisdizione, di fare egli stesso politica, e gli si darebbe del magistrato "resistente" o d'assalto, come si etichettavano i pretori di trent'anni fa che proteggevano di volta in volta lavoratori sfruttati, ambiente violato o coniugi vessati ed affamati. Ed infatti vasto è il consenso di cui gode l'ordinanza romana sul caso Welby, che ha compiaciuto anche chi non l'ha a chiare lettere lodata: a chi l'ha criticata od ha finto di farlo, infatti, fa giuoco che sia la politica politiciènne a tenere il pallino, anche alla faccia della concreta e tempestiva tutela dei diritti violati. Ed è triste notare che ambienti politici impegnati trent'anni fa sul fronte della lotta anche giudiziaria per i diritti civili hanno fatto dal tempo di Mani Pulite un decisa scelta di campo, arroccandosi nell' union sacrèe a difesa della "politica" contro l' "invadenza della magistratura". E' così che una magistratura ormai strapagata e più che mai timorata ( come la gran parte di essa mai ha smesso di essere, intendiamoci ) torna all'antico, a prima della grande stagione dei diritti. Pochissime le voci fuori dal coro, come Rodotà sulla Repubblica di ieri od un avvocato difensore di Welby che telefonicamente, con buona ragione, ha detto:
"Nel provvedimento c'è un sapore antico che è il ritrarsi del giudice di fronte alla tutela di un diritto costituzionale...". E' importante riflettere su cosa sia l' "antico" di cui si va riscoprendo il sapore, sulle caratteristiche di questi nuovi e così antichi giudici, su quanto si è perso, per mano di chi e perchè.

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